“Porto il velo adoro i Queen”

Intervista a Sumaya Abdel Qader, autrice del romanzo “Porto il velo adoro i Queen”  sul tema dell’identità di chi pur essendo originario di altri paesi e altre culture si trova a crescere nel nostro paese. L’intevista è tratta dal sito www.i-italy.org.

Sumaya, già nel titolo del suo romanzo, “Porto il velo, adoro i Queen”, lei esprime un paradosso molto importante, messo lì quasi a lanciare una sfida al lettore. Cosa ci vuol raccontare con questa scelta? Crede che due azioni così contrapposte, che chiaramente rispecchiano uno stile di vita, possano convivere?

Bisogna rendersi conto che ognuno è la sintesi delle sue esperienze. Si può essere sia Musulmani che Occidentali, magari in modo diverso dallo ‘standard’, nella misura in cui scegliamo di vivere le due identità. Le leggi e la Costituzione italiana non sono in contrasto con quelle islamiche. Ci possono essere divergenze in alcuni aspetti, abitudini, modi di vivere la propria vita, che comunque sono risultato di scelte (entro la libertà e la legge) che sono espressione di una tradizione. Il livello religioso ed il livello civico sono piani diversi. Non si può chiedere ad una persona se è più italiana o musulmana. Al massimo si può chiedere se una persona è più araba o italiana, se è più vicina al cristianesimo o all’islam. Quindi si può essere musulmani-italiani-europei, o meglio, nuovi musulmani-italiani-europei (per nuovo intendo coscienza nuova della propria identità naturalmente espressa, facente parte del contesto civile nuovo) senza contraddizione, ma come espressione di scelte.
(…)
Cosa può raccontarci della sua esperienza da G2? Quali sono i problemi principali che un figlio dell’immigrazione si trova a dover affrontare all’interno della società italiana?

La prima difficoltà che si incontra è essere accettati per come siamo: diversi, nuovi, speciali, portatori di ricchezza, ecc… Così non si riesce a normalizzare la nostra vita. Tutto sembra diventare dicotomico. Siamo approcciati per opposti contrari. Quando si è giovanissimi la logica del branco degli amici-compagni diventa: ‘o sei come noi o sei fuori’. Questo nelle persone più sensibili crea senso di inferiorità, impotenza, esclusione. Essere accettati non solo dalla gente, ma anche dalle Istituzioni, difficilmente riconosciuti come parte della società. La questione della cittadinanza che nel libro racconto non è la sola storia sfortunata di Sulinda, ma di centinaia di ragazzi. Il riconoscimento è un passo importante verso un’interazione normalizzata.

14 Commenti a ““Porto il velo adoro i Queen””

  • 2011jessica scrive:

    È molto significativo questo testo ! Ogni persona anche se diversa da noi e con una differente cultura non deve essere giudicata o evitata. Dobbiamo esser sempre pronti alla conoscenza di una nuova cultura, per poterla capire fino in fondo, mettendo da parte i pregiudizi e gli stereotipi insiti nell’uomo.

  • 2011caporali scrive:

    “Non c’è apprendimento senza esposizione all’Altro, inteso come qualcuno diverso da sé e quindi momento fondamentale per la costruzione dell’identità personale.”(“Immigrati e consumi culturali”, Mariangela Giusti) Leggendo il testo, questa frase mi ha colpito profondamente perchè ho pensato che dovrebbe essere la regola di vita, il motto di ogni persona e che se fosse davvero cosi, non ci sarebbe più la paura dell’Altro, del diverso, si eliminerebbe il problema dell’accettazione perchè si saprebbe che riconoscere l’Altro non può che arricchire la nostra identità. Purtroppo conosco personalmente delle persone straniere che, dopo tanti anni che vivono in Italia, non hanno ancora la cittadinanza e che per questo ed altre circostanze non si sentono pienamente riconosciuti, perfino dalle istituzioni. Credo che Sumaya Abdel Qader, autrice del romanzo “Porto il velo adoro i Queen” sia un esempio concreto,forte, ma anche provocatorio della reale possibilità di far convivere due identità, due culture. Come sosteneva la professoressa Giusti “l’identità di ciascuno di noi è plurima”, perchè ad esempio nel mio caso faccio parte degli studenti della Bicocca, di un coro, di un gruppo in oratorio e in una stessa persona sono presenti tutte queste diverse anime. Perchè allora non può essere la stessa cosa per una ragazza che è di religione musulmana e allo stesso tempo vive in Italia?Spero di riuscire a leggere questo libro perchè sono sicura che sia molto interessante.
    Elisa Caporali

  • 2011comizzoli scrive:

    Credo che, proprio come afferma l’autrice nell’ultima frase, per un interazione positiva sia necessario un passo precedente: il riconoscimento dell’altro. Se l’altra persona viene riconosciuta come individuo diverso allora proprio da questo punto si potrà stabilire un’interazione solida e reale (“diverso” è un aggettivo che utilizzo per indicare qualcuno al di fuori del soggetto, che presenta delle caratteristiche differenti dall’individuo preso in considerazione). E conoscendo l’altra cultura più in profondità forse ci si accorgerà che i punti di contatto tra di esse sono molti, e che ognuno ha il diritto i essere rispettato per le proprio credenze anche se non vengono condivise. È necessario riconoscere culture altre all’interno della nostra società proprio perché si parla di una società multietnica, di una società che è formata da una mescolanza di popoli e di usanze che potrebbero insegnare e accrescere il sapere collettivo.
    Federica Comizzoli

  • 2011langella scrive:

    Questo titolo colpisce molto credo infatti che bisognerebbe cercare di abbattere almeno la metà dei pregiudizi che assalgono la nostra nazione solamente per un abito in più del nostro.La vita è fatta, appunto di scambi, incontri e trasformazioni e questo bisogna imparalo ad affrontare nei migliori dei modi.
    Valentina Langella

  • 2011grassilv scrive:

    Un libro significativo, soprattutto in un’Italia che forse non si è sentita mai veramente unita, perchè c’è chi ancora oggi dopo 150 anni vorrebbe dividerla. Perchè il non sentirsi accetati, riconosciuti non è soltanto, purtroppo, la peculiarità di chi arriva da lontano, di chi ha un’altro credo o diverse tradizioni. Forse il più grande stereotipo è proprio questo: i pregiudizi nati dall’ignoranza (che significa scarsa conoscenza) verso chi è altro, e soprattutto si mostra altro da noi.
    In queste parole sento quanto dispiacere si possa provare nel non essere accettati. Tutto questo è senza dubbio una perdita, una mancata crescita per ciascuno di noi, perchè come possiamo pensare di crescere di trasformarci se evitiamo lo scambio con l’altro?
    Grassi Luigia Valentina

  • Giovanna scrive:

    Sulinda ha deciso di dare al suo libro un titolo volutamente provocatorio a dimostrazione delle difficoltà e discriminazioni a cui è soggetta ogni giorno.
    Una ragazza mussulmana che è cresciuta in Italia a imparato e interiorizzato le regole italiane eppure si continua a sentire diversa in quello che ormai è da considerare il suo paese.
    Deve subire sguardi indiscreti a causa del suo velo e della sua provenienza e questo la mette molto a disagio eppure convive perfettamente con la religione cattolica tanto che lei praticante mussulmana manda le figlie in una scuola di Orsoline senza alcun problema di convivenza tra le due religioni.
    Sulinda cerca in questo libro di aiutare chi vive la sua stessa situazione e di far capire agli altri come sia difficile trovare una propria identità in un paese che fatica ad accettarti.
    De Rosa Giovanna

  • Sara Alberti scrive:

    Questo libro dal titolo provocatorio “porto il velo, adoro i queen” ci fa riflettere su chi siamo veramente. E’ tanto importante da dove veniamo, quale religione pratichiamo ecc..? Alla fine siamo tutte persone che crescono, respirano, imparano. Uguali ma diversi.
    Alberti Sara

  • giugina scrive:

    Il titolo di questo libro è davvero interessante; infatti come viene spiegato dalla scrittrice è un modo per attirare l’attenzione sul fatto che una persona può rivestire diversi ruoli, in questo caso essere musulmana ma anche europea. Questa idea mi trova in totale accordo, infatti ammiro notevolmente, da autoctona del mio paese, tutti coloro che pur essendo stranieri alle tradizioni, usi e costumi italiani ma più generalmente europei, riescono ad accettare nella loro formazione culturale ciò che gli viene presentano nel luogo di immigrazione. Non credo sia facile dover assumere o subire le idee e le pressioni di un paese che è totalmente diverso dal proprio, almeno io non so se ce la farei, sono troppo legata alle mie origini alle mie tradizioni; ma credo che tale esercizio sia utile per abbattere i limiti e i pregiudizi che una cultura ricopre nei confronti di un’altra.
    Concludo anche dicendo che: i QUEEN sono i QUEEN!!! A mio parere dovrebbero essere conosciuti dal mondo intero!!!!
    Giulia Giani.

  • Elisa Crea scrive:

    “PORTO IL VELO,ADORO I QUEEN”,questo è il titolo del romanzo scritto da Sumaya Abdel Quader,dcisamente provocatorio,ma in modo positivo,emblema del fatto che si può appartenere a entrambe le culture,quella musulmana e quella occidentale,senza per forza dover scegliere;un aspetto non esclude l’altro.Si tratta come sempre di riuscire ad aprirsi alla novità,di incontrare l’alterità e di concepirla come un’opportunità per crescere.Guardiamoci un attimo intorno,ogni persona è diversa dall’altra,ognuna possiede la propria peculiarità,secondo me è bello provare ad essere attenti e disponibili a conoscere aspetti sui quali magari prima non ci eravamo soffermati.Non è giusto escludere ed emarginare chi proviene da lontano solo perchè ha una cultura differente dalla nostra,dovremmo invece fermarci un attimo e ascoltare ciò che ha da dire e a nostra volta raccontargli di noi.Solo così può avvenire uno scambio,una vera e propria contaminazione… potrebbe dispiegarsi davanti ai nostri occhi un mondo meraviglioso.Concluderei con una frase tratta dal libro,per me molto significativa:”riflettendoci bene,forse il problema non sono tanto i veli sulla testa,quanto quelli nella testa”,frase che a parer mio non ha bisogno di essere commentata.

  • 2011balduzzi scrive:

    Molto provocatorio il titolo del libro,appena l’ho letto anche a me ha dato l’impressione che l’autrice volesse lanciare una sfida al lettore.
    E mi sembra anche una bella sfida.
    Noi tutti dobbiamo accettare le persone per quelle che sono anche se hanno idee e abitudini diverse dalle nostre. E chissà..magari non sono neanche così tanto diverse da noi!

  • MARIA scrive:

    MOLTO SIGNIFICATIVO QUESTO TESTO , SONO D ACCORDO CON TUTTI VOI ,
    OGNI PERSONA è DIVERSA , MA CIò NON SIGNIFICA EVITARLA , GIUDICARLA SOLO PERCHè HA UNA CULTURA DIVERSA!!!!! PROVIAMO PER LO MENO A CONOSCERLA QUESTA CULTURA , PER CARITà PUò ANCHE NON PIACERCI , MA NON DEVE ESSERE UN VINCOLO PER NON CONFRONTARCI .

  • 2011castrovinci scrive:

    La parte che ci è stata letta in aula su questo testo mi ha molto incuriosito; in particolare la citazione “Riflettendoci bene, forse il problema non sono tanto i veli sulla testa, quanto quelli nella testa”, oltre al gioco di parole mi ha portato davvero a pensare a quante volte utilizziamo stereotipi, ovvero fissiamo l’immagine di qualcuno come in uno stampo, rendendola quindi ai nostri occhi un’immagine fissa e immutabile.

  • 2011alzani scrive:

    IL TITOLO E’ FORMIDABILE, PRENDE MOLTO! E anche quanto letto in aula mi ha incuriosito…

  • 2011bonfadini scrive:

    Ciascuno è se stesso. Siamo tutti diversi, siamo ricchi di differenze e unicità. Nessuno risponde a un modello prefissato. Spesso, essendo vittime degli stereotipi, pensiamo di poter convogliare le persone in categorie precise, pensiamo di poter definire le persone, di poter prevedere il loro essere. Ma ogni persona è unica, e la vita non concede la fissità: la vita è fatta di scambi, influenze, trasformazioni, incontri…. Quindi è sbagliato a priori credere a una realtà dicotomica,in cui una cosa esclude a priori un’altra. Ciascuno di noi costruisce ogni giorno se stesso, l’identità è un processo e non un prodotto, come dice Bauman, in un’evoluzione unica e imprevedibile.

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