Contributi finali

Qui dovete postare i vostri contributi finali entro il 18 gennaio.

Alla luce di quanto sperimentato durante il seminario (visione e commento dei documenti sul blog , ricerca sul campo, incontri) ogni studente e ogni studentessa articoli una sintetica riflessione personale sul tema della relazione esistente tra l’identità individuale e/o di un gruppo e i luoghi (di lavoro, di residenza, del tempo libero, ecc).

65 Commenti a “Contributi finali”

  • 2010calo scrive:

    Francesco Calò
    Gruppo di lavoro: Cinisello Balsamo (con Sara Federica Colico e Simone Baldo).

    Ritengo che l’esperienza svolta mi sia stata utile a rafforzare il mio pensiero. Infatti adesso vedo determinate cose in maniera molto differente rispetto a come le interpretavo in precedenza. Prima del seminario guardandomi in giro non ero completamente indifferente ma quasi, vedevo tutte le cose in maniera normale, senza dar loro la reale importanza che hanno. Grazie al seminario invece ora mi soffermo a pensare molto di più su ciò che vedo, sulle condizioni in cui possono vivere molte persone e cerco di guardare loro dentro e capire come si possano realmente sentire. Ritengo che questo cambiamento sia stato provocato in me grazie al lavoro di ricerca sul campo svolto nella città di Cinisello Balsamo.
    Io e il mio gruppo siamo stati più di una volta nella zona di ricerca: la prima volta per ambientarci un po’ e stendere una mappa dell’area oggetto di ricerca, successivamente per svolgere il lavoro più pratico, ovvero le interviste. Il mio compito all’interno del gruppo era prettamente quello di trascrivere le interviste mentre venivano effettuate dalla mia collega Sara, visto che gli intervistati preferivano non essere ripresi nè registrati. Mentre scrivevo le interviste ero intento a non lasciarmi sfuggire neanche una parte di ciò che veniva detto, invece successivamente, quando mi sono messo a rileggerle per trascriverle, mi sono soffermato di più su ciò che gli intervistati ci hanno detto e ho provato ad immedesimarmi in loro. Questi sono stati molto aperti con noi, e di questo devo dar merito alla mia collega Sara che ha realizzato le interviste sottoforma di dialogo amichevole, infatti ci hanno detto molte cose e hanno risposto ad ogni nostra domanda. Ripensando a ciò che ho trascritto mi sono soffermato soprattutto a pensare alle difficoltà che ci hanno detto di provare, e visto che molti ci hanno detto che la difficoltà maggiore trovata all’inizio è stata la lingua, ho provato a pensare come farei io ad andare da solo in un posto nel quale non saprei neanche parlare la lingua degli abitanti, tutto ciò dev’essere davvero molto complicato da affrontare.
    Abbiamo inoltre svolto delle interviste ai residenti di Cinisello Balsamo, chiedendo loro le impressioni che avevano rispetto agli stranieri e nella maggior parte dei casi ci è stato detto che gli stranieri non danno nessun fastidio; l’unica intervista che ha lasciato me e i miei compagni a bocca aperta è stata quella fatta al signor Paolo di 64 anni, il quale ha ammesso di non sopportare gli stranieri arrivando addirittura a definirli i “batteri dell’Italia”.
    Quest’esperienza è stata davvero utile, l’unica cosa che ritengo sia venuta un po’ a mancare è il tempo, sarebbe stato davvero interessante potersi soffermare a riflettere con più calma su determinati argomenti, e cercare magari di trovare una soluzione al disagio iniziale che trovano gli immigrati.
    Penso che dopo quest’attività non mi comporterò più come prima e non sarò più diffidente in molte situazioni in cui prima lo ero.
    Ringrazio la docente di questo seminario, Chiara Lugarini, per la sua disponibilità e per il suo impegno durante tutta la durata dello stesso.

  • 2010colico scrive:

    Sara Federica Colico
    Gruppo di lavoro: Cinisello Balsamo (con Francesco Calò e Simone Baldo)

    Riflettendo sull’esperienza svolta tramite questo seminario, ho notato un profondo cambiamento in me. Con cambiamento intendo una diversa visione che ho rispetto al mondo che mi circonda e la scoperta di alcune mie capacità che credevo di non possedere. Prima di affrontare questo seminario, lo sguardo che riservavo alle strade, ambienti pubblici che attraversavo, era per la maggior parte di indifferenza. Penso che davo molto per scontato i luoghi che ero abituata a considerare normali. Con questo seminario ho imparato a guardarmi attorno. Il mio sguardo è più curioso e analitico. Devo questo soprattutto alla ricerca sul campo attuata a Cinisello Balsamo. Anche se all’inizio ho avuto alcune difficoltà ad individuare i posti più rilevanti dal punto di vista dell’incontro tra immigrati e/o italiani, con il passare del tempo ho sviluppato una capacità sempre più produttiva. Inoltre nella divisione dei ruoli tra i miei compagni di gruppo, mi è stato assegnato il compito di porgere le domande agli immigrati. Intervistare è stato per me una grande sfida poiché caratterialmente sono una ragazza piuttosto introversa che ha difficoltà ad esprimersi al meglio. Mi sono preparata molto per intervistare i soggetti della nostra ricerca in modo ottimale e con obbiettività. Mi sono proposta di avere un tono di voce calmo, non correre nel parlare, guardare negli occhi l’intervistato e dimostrarmi disinvolta. Ricordo che per la prima intervista ho provato moltissima ansia, era una sfida con me stessa; in più volevo dare un contributo significativo per la ricerca che stavamo svolgendo. Grazie al sostegno dei miei compagni, ho fatto ben 6 interviste complete: 3 a gestori stranieri di negozi e a 3 italiani. Anche se in alcuni casi siamo stati accolti con freddezza e liquidati con “non abbiamo tempo per queste cose” non mi sono lasciata scoraggiare. Questo soprattutto grazie ai miei compagni di gruppo. Penso che il luogo in cui viviamo e che appartiene alla nostra quotidianità sia estremamente importante per plasmare il nostro io. Di conseguenza uno straniero che decide di trasferirsi lontano dai luoghi che per lui hanno rivestito molta importanza, è una scelta che mette a rischio la sua stabilità psicologica ed emotiva. Per questo motivo, egli/ella deve trovare, al momento del suo trasferimento, un ambiente tollerante, aperto e disponibile allo scambio comunicativo con una cultura diversa dalla propria. Grazie alla ricerca compiuta, sono stata felice di sapere che, almeno per le persone con cui abbiamo interagito, il clima in cui si trovano, è sereno e il rapporto con gli italiani è pacifico e rispettoso. Le attività lavorative che gli stranieri aprono una volta giunti in Italia, ( pizzerie kebap, ristoranti con i loro piatti tipici) mettono in evidenza quanto sia forte il loro desiderio di mantenere la loro identità culturale, proponendola come unica e originale. Queste caratteristiche attraggono un gran numero di italiani, poiché, l’uomo, è spinto dalla curiosità ( mista a timore) per ciò che è nuovo, diverso e lontano dalla sua quotidianità. Durante le interviste, ho provato ad immedesimarmi nel vissuto degli intervistati, che siano stati stranieri o italiani. Anche se a volte è stato difficile capire le motivazioni che stavano alla base delle loro risposte, ho accettato il loro punto di vista, nonostante discordassero dal mio. In particolare, l’intervista che ha suscitato nei miei compagni e me sentimenti di contrasto, è stata quella posta al signor Paolo di 64 anni. Egli aveva una posizione decisamente ostile nei confronti degli stranieri utilizzando anche denominazioni colorite e offensive (disse, per esempio, che gli stranieri sono i “batteri dell’Italia”). Questa esperienza ha contribuito a formare il mio carattere e a migliorarmi, oltre che ad aprire gli occhi su alcune realtà del mondo che credevo di conoscere bene. Sono felice di aver partecipato ad un seminario che ha coinvolto non solo me ma anche gli altri che hanno avuto il piacere di farne parte. Penso che la ricerca sarebbe stata più produttiva se svolta in più incontri. Ringrazio Chiara Lugarini per il suo impegno e la sua capacità di coinvolgimento.

  • admin scrive:

    Commento di L. Garcia Chavarri

    L’identità individuale o di grupo e i luoghi
    La persona è un ser essere sociale per natura. Ogni persone hanno i propri caratteristiche, bisogni…in breve, una identità. Hanno la necesità de interagire con l’ambiente, sia con persone o luoghi. Tutti abbiamo un luogo o vari di riferimento. Può essere il luogo in cui viviamo, il luogo di lavoro, il luogo di intrattenimento, nostri luogo di appartenenza… A ogni sito, si associano sentimenti, parole, ricordi… Il mondo è un luogo di relazioni e di connessioni. Come George Bateson dice, tutto è interdipendenti e collegate.
    Se vogliamo descrivere un luogo o una persona, non se può isolare le variabili, dobbiamo descrivere o studiare tutto nel suo contesto, tenendo anche conto che i contesti, allo stesso tempo, se relazionano con gli altri. Lo stesso vale per le persone e per i gruppi.
    Normalmente è più facile (questo può essere anche un preconcetto) che le persone tendono ad associare o ad stabilire maggiori contatti con persone con cui hanno punti di riferimento comuni come il luogo di lavoro, di appartenza…
    Sviluppare sentimenti per altre persone e luoghi, viene per il rapporto e le esperienze significativi che abbiamo avuto con loro. Questo è ciò che dà identità ai luoghi, danno a loro un significato. I significati che danno, sono date da ogni persona attraverso costruzioni personali e anche attraverso le costruzioni sociali (sociocostruttivismo). Le danno significati, in breve le danno una identità.

  • 2010stella scrive:

    Innanzitutto mi scuso per il ritardo, ma come ho spiegato alla dott.sa Lugarini in una mail, il mio pc ha fatto i capricci per un bel pò e non sono riuscita a postare il mio contributo finale.
    Lo posto adesso sperando che il ritardo non crei problemi.

    Credo sia d’obbligo in tutte le cose la sincerità, ed io inizio la mia riflessione dicendo che questo seminario è stato la mia seconda scelta; ero assente alla prima lezione della prof Giusti e dunque non ho potuto seguire il seminario dedicato alle donne poichè era al completo.
    Con molto poco entusiasmo ho scelto quello dei blog poichè tra quelli rimasti era quello che mi interessava di più.
    Durante il primo incontro oltre a spiegarci il “senso” e gli “obiettivi” del seminario, la dott.sa Lugarini ci ha fatti dividere in gruppi e scegliere un luogo con molta presenza di extracomunitari.
    Io ed i miei compagni abbiamo scelto la zona ed in particolare la stazione di Milano Porta Garibaldi.
    Insieme alle altre due ragazze mi sono recata in Garibaldi in una giornata freddissima, quindi il morale era abbastanza basso perchè pensavamo di trovare pochissima gente e personalmente avevo una paura matta di avvicinarmi alla gente per far loro domande, d’altronde avrebbero potuto rispondermi male o addirittura ignorarmi.
    Alla fine della giornata, però, i risultati sono arrivati e sono tornata a casa decisamente soddisfatta, soprattutto perchè ho potuto rivedere molti miei pregiudizi e preconcetti.
    La cosa di me stessa che mi ha più colpito è stata la curiosità; ero curiosa di conoscere le storie delle molte persone che passavano per la stazione, curiosità pura e sincera, che esulava dagli obiettivi che c’eravamo prefissati quando abbiamo deciso quale luogo esplorare e perchè.
    Credo che fondamentalmente sia questa la mia conquista, aver messo grazie a questo seminario un mattone in più sulla strada per la conoscenza delle persone che lasciano la propria terra per trovare fortuna in una terra in cui spesso tutto è troppo ostile ed in cui tutto è nuovo e rende decisamente difficile l’integrazione.

  • 2010volpi scrive:

    Ho scelto questo seminario perché tra tutti quelli proposti è stato l’unico a colpire in modo particolare la mia attenzione. Sinceramente il nesso intercultura/blog non mi era molto chiaro e questo mi ha incuriosito molto. In vista del primo incontro ho iniziato a visitare proprio il blog stesso che ci avrebbe accompagnato in questo percorso. Ho scoperto che l’attenzione era rivolta soprattutto ai luoghi e all’importanza della relazione identità/luoghi. Qui ho trovato video, interviste, testimonianze, stralci di giornali ecc… che la prof ci ha invitato a visionare e successivamente a commentare. Devo ammettere che a visionare, leggere tutto il materiale mi sono molto divertita e ho imparato un sacco di cose, ma quando è arrivato il momento di commentare sono entrata un po’ in crisi. Erano tutti documenti interessanti, alcuni molto simpatici, ma mi mancavano proprio le parole. Non sapevo proprio cosa scrivere, mi sembrava di cadere nella solita banalità e nei soliti luoghi comun,i oppure altre volte, mi sembrava proprio di andare controcorrente, e questo un po’ mi ha frenato. Così per un po’ di giorni ho continuato a visitare il blog senza lasciare commenti. Mi sono accorta che ogni giorno si animava di nuovi commenti, nuovi botta e risposta e così anche io ho scelto quali tra tutti i documenti proposti mi aveva trasmesso qualche cosa in più rispetto agli altri e ho commentato. Devo ammettere che sono sempre stata un po’ scettica riguardo a tutti questi argomenti. Sono sempre stata combattuta, come anche ho già scritto in un mio commento nel blog, tra la mente/intelligenza che mi ha portato a trattare questi argomenti con un certo spessore, evitando di cadere nei soliti pregiudizi e luoghi comuni e dall’altra però c’è la ragazza milanese che è in me, che vive in un quartiere dove vivono molti immigrati e che nel corso degli anni ha visto tante cose cambiare, e che non sempre le sono piaciute. Ecco poi, che durante il nostro primo incontro in aula, ho scoperto che si sarebbe dovuto lavorare sul campo, ed esplorare uno dei luoghi più o meno conosciuti di Milano, che rappresentavano luoghi significativi dal punto di vista dell’incontro e della convivenza tra culture diverse. Tra tutti i luoghi è stato menzionato proprio il mio quartiere: San Siro. Quale occasione migliore per mettersi alla prova?!? Sono stata molto entusiasta di aver scelto proprio il mio quartiere, mi sentivo anche un po’ avvantaggiata rispetto ad altri, conoscevo quei luoghi già molto bene e sapevo cosa aspettami, in fondo ci sono nata e cresciuta. Ammetto però che nonostante tutto, sono partita un po’ pessimista e superficiale, sapevo cosa aspettarmi, sapevo che erano tutte realtà complesse e a dire il vero, erano realtà che ho sempre visto molto lontano da me e spesso mi sono trovata in conflitto con esse. Luoghi che attraversavo ogni giorno e che non sentivo per nulla miei. È iniziata però questa mia avventura, in una sorta di ri-scoperta del mio quartiere. Così insieme ai miei compagni abbiamo osservato quei luoghi e a dire il vero mi sono accorta di alcuni particolari a cui non avevo mai fatto attenzione (come il murales in fondo alla torre di piazza Selinunte e alla sua storia). Questo mi ha aperto un mondo. Pur frequentando via Tracia da anni, perché ho vari amici che vivono lì, nonostante sia a conoscenza dell’alto tasso di immigrati che abitano in quei palazzi, mai mi ero accorta che i nomi sui citofoni sono per lo più italiani. Tante piccole e grandi cose che comunque hanno iniziato a fermi riflettere. Ho riflettuto sul fatto che alcuni luoghi che pensavo vissuti solo da loro, invece effettivamente non era così, che nonostante tutto quello che si dica sul loro conto, hanno molto spesso più rispetto della nostra cultura di quanto noi ne abbiamo per le loro. È vero, rimango lo stesso un po’ scettica perché purtroppo sono realtà che vivo tutti i giorni e da quando sono nata sulla mia pelle, però devo ammettere che dopo questo lavoro di “esplorazione”, la mia prospettiva nel vedere il mio quartiere e viverlo sono in parte cambiate. Sono sicura che d’ora in poi non camminerò più in quelle vie e in quelle piazze perché sono percorsi obbligati per raggiungere altri posti, ma le percorrerò facendo anche attenzione a tutto quello che mi circonda, magari anche soffermandomi un attimo. Certo ci vorrà ancora tempo per modificare totalmente il mio pensiero, ma lo sguardo interculturale, come si è detto più volte ha bisogno di tempo. E quindi io questo tempo me lo voglio prendere!!!

  • 2010visentin scrive:

    Vanessa Visentin
    Luogo: Via Paolo Sarpi

    La pedagogia interculturale per me, all’inizio dell’anno, era un territorio completamente inesplorato e, sinceramente, scoprire ciò che trattava mi aveva lasciata molto perplessa. Pensavo fosse difficile portare a termine ciò che la pedagogia in generale si prefissa e non pensavo di riuscire a fare qualcosa che mi avvicinasse a questa materia.
    Durante il corso dell’anno però sono state diverse le occasioni che mi hanno fatta ricredere. Ci sono molti mezzi che ci aiutano e alcuni di essi sono facili da portare avanti e fanno ottenere risultati molto soddisfacenti.
    Uno di questi è stato il seminario sul blog.
    Personalmente ho scelto di seguire questo seminario poiché mi sembrava il mezzo più vicino a me, alle mie passioni, e che perciò mi avrebbe aiutata maggiormente.
    Con questo lavoro ho imparato molte cose in campi diversi.
    Prima di tutto mi sono realmente resa conto di quello che veniva riportato sui libri, prendendone più coscienza. Diverse volte, infatti, ho letto del concetto espresso dagli antropologi della presenza di una pluralità di culture e, benché capissi cosa significasse, finchè non ho guardato alcuni video presenti sul blog, non avevo realmente compreso quanto, la nostra cultura, fosse il risultato di un unione, in continuo sviluppo, di tutte le culture che ci circondano e con cui abbiamo dei contatti.
    L’esperienza sul campo invece mi ha insegnato a prestare molta più attenzione a quello che mi circonda per cogliere particolari che, precedentemente, davo per scontati. Quando ero in Via Paolo Sarpi non ero preoccupata dell’alto tasso di cinesi presente in questa zona della città, ma più che altro volevo capire cosa facevano, come lavoravano e com’era il rapporto che avevano con l’ambiente e le persone italiane. Tutto quello che io e il mio gruppo abbiamo scoperto mi ha lasciata veramente stupita e penso che, in quella zona, tornerò anche altre volte per fare un semplice giro, in una zona simile a quelle in cui viviamo noi ma allo stesso tempo molto diversa.
    Via Paolo Sarpi è la perfetta rappresentazione di come le persone cinesi hanno riversato in essa caratteristiche proprie della loro cultura mescolate a quella italiana. E’ un luogo in cui persone della stessa cultura, lontane dal loro paese d’origine, cercando di vivere senza allontanare le proprie usanze, ma cercando di integrarsi allo stesso tempo con noi. Sono persone che hanno bisogno di parlare la propria lingua, di mangiare i loro piatti tipici per sentirsi un po’ più vicini a quello che hanno dovuto lasciare per raggiungere in Italia. Sì, probabilmente in alcuni casi alcuni di loro hanno raggiunto la nostra nazione per raggiungere un benessere economico migliore e per non sottostare a regimi sfavorevoli, ma si sa che la propria terra d’origine rimarrà per sempre nel cuore di chi la lascia: ci si sente spaventati e soli in un luogo che non si conosce, soprattutto se non si parla la lingua nazionale.
    Io perciò penso che tutto quello che gli immigrati fanno per darsi un po’ di forza a vicenda sia bellissimo, soprattutto se quest’ultimi convivono pacificamente con gli italiani, creando una possibilità di scambio reciproco per accrescere le proprie conoscenze.
    Penso che il lavoro che abbiamo svolto in questo laboratorio sia un buon metodo per l’integrazione degli stranieri e gli autoctoni. Osservare, conoscere e parlare con il “diverso” sono mezzi fondamentali per la comprensione di culture diverse dalla nostra e ci porteranno, sicuramente, alla conoscenza di punti in comune.

  • miriam scrive:

    Questo seminario è stato interessante e lo strumento è stato originale, alternativo. Mi è piaciuto il fatto di commentare materiali sull’ integrazione o più in genere sull’ intercultura. A mio parere sarebbe stato altrettanto interessante creare una sezione sul blog dove si lasciava spazio a dibattiti/discussioni su fatti di cronaca attuale, sulle vicende odierne di difficile integrazione anche sui contrasti religiosi.. un “posto virtuale” dove poter esprimere liberamente i propri pensieri su queste tematiche. La ricerca sul campo mi è sembrata un’ esperienza veramente forte, peccato per il poco tempo a disposizione. Purtroppo le condizioni meteorologiche avverse non hanno favorito una raccolta qualitativamente massiccia del materiale, ma mi sento di affermare che i pochi intervistati mi hanno confermato ciò che già mi era stato spiegato sul tema “identità e luoghi” (grazie alla presenza nella mia famiglia di stranieri, grazie ai libri “formazione e spazi pubblici” e “immigrati e tempo libero” di M. Giusti, e grazie alla ricerca svolta in stazione centrale), e più nel dettaglio anche i motivi di immigrazione, come e se è avvenuta l’integrazione, cosa si svolge nel tempo libero solitamente, il valore della domenica, cosa significa trovarsi in un ambiente in cui gli altri non appartengono al proprio gruppo..ecc..
    Dunque sono giunta alla conclusione che il motivo di immigrazione comune alla maggior parte degli stranieri, per non dire tutti, è il fatto di poter lavorare. Come viene spiegato nel testo “immigrati e tempo libero”, si fugge dal proprio paese per riuscire a trovare un lavoro dignitoso, per fare carriera.
    Nel tempo libero gli alloctoni vanno al luna park, in discoteca, al parco dove si ritrovano per fare il pic-nic..ecc..
    Ho notato con stupore che la domenica è considerata come un qualsiasi giorno settimanale in quanto si continua a lavorare per riuscire a mandare, alla fine del mese, qualcosa alla propria famiglia.
    Altrettanto mi ha stupito il fatto che non sempre c’è solidarietà tra stranieri, ovvero il problema non è solo il rapporto tra stranieri e italiani ma anche tra stranieri e stranieri (sia della stessa etnia che di altre etnie). Ciò mi ha abbastanza preoccupata in quanto come è possibile con si rispettano a vicenda? In che modo cercano solidarietà tra gli italiani se loro in primis non sono capaci di fare lo stesso?
    Intervistando gli italiani a proposito dell’ accoglienza degli stranieri, mi sono resa conto di quanto la situazione si stia aggravando: alcune testimonianze che ho ricevuto lasciavano intendere degli atteggiamenti razzisti. Nei giorni successivi la ricerca sul campo, stavo parlando con una mamma dell’ integrazione degli stranieri, della società sempre più multiculturale e, inaspettatamente, mi ha detto che forse le istituzioni fanno “troppo” per gli stranieri dimenticandosi degli italiani; Mi ha raccontato di quando doveva iscrivere la sua bimba al nido: la bambina aveva pochi mesi, lei era in cassa integrazione, è stata messa in lista d’ attesa e, nel suo stato, era la 253 persona, prima di lei c’erano solo donne straniere.
    Ciò è vero ed è per questo che, ora più che mai è indispensabile, trovare un compromesso, dobbiamo far sì che ognuno si identifichi nel paese ospitante e anche che gli autoctoni non si sentano minacciati dalla presenza di stranieri.
    Dunque, questa ricerca mi ha permesso di aprire gli occhi su fatti che non consideravo o di cui proprio non ero a conoscenza. Quest’esperienza è stata significativa a tal punto che difficilmente dimenticherò ciò che ho appreso sul mondo dell’ interculturalità.

  • 2010sosio.a scrive:

    Ho scelto questo seminario perché, rispetto agli altri, ha attirato la mia attenzione e coriusità l’uso del blog come strumento per affrontare tematiche importanti e vaste come quelle dell’intercultura e in particolare del rapporto fra spazi e culture e di come appunto questi spazi venissero utilizzati sia dagli autoctoni che dagli stranieri per vivere, passare il tempo libero, socializzare…
    Il fatto di avere a disposizione vario materiale multimediale da poter analizzare e commentare mi è sembrato molto stimolante perché è sicuramente un modo per acquisire informazioni utili utilizzando però un metodo che a differenza di quello tradizionale è più accattivante, stimolante ed innovativo e a parer mio anche più incisivo.
    Una volta svolto il primo incontro in classe l’attività è diventata ancor più stimolante e concreta difatti ora toccava a noi metterci nei panni del ricercatore e osservare, capire le dinamiche che avvengono in uno sazio fortemente interculturale. Un lavoro quindi vivo e nel quale potersi veramente mettersi in gioco a 365 gradi! E questo ancor più per chi come me proviene da un piccolo paese dove il tema dell’intercultura è presente in minima parte visto che abitano pochissime persone immigrate e quindi questa tematica è conosciuta attraverso i mass media e le loro esagerazioni!
    Fra le diverse possibilità ho scelto di analizzare via Padova perché:
    - Essendo una delle zone travolte dal processo mediatico volevo capire, nel mio piccolo, se quanto riportato dai mass media è effettivamente vero o se in parte è esasperato da questo processo.
    - Non essendo il luogo una piazza ma una via che perlopiù è molto estesa(4 km circa)volevo capire se vi era una concentrazione maggiore di immigrati in una parte o in tutta la via e se vi erano luoghi di ritrovo di una o diverse etnie.
    Nello svolgimento del lavoro una delle cose che ha attirato maggiormente la mia attenzione è stato il momento dedicato alle interviste. Mentre il primo sopralluogo (nel quale abbiamo analizzato la via e la sua composizione) non è stato cosi travolgente a livello emotivo, la volta successiva è stata intensa emotivamente: ero preoccupato per come porre le domande; non volevo essere ne troppo invadente ne rimanere troppo sul vago. Anche il chi intervistare, mi metteva una certa agitazione,meglio donne,uomini o giovani?!
    Una volta arrivato nella via per le interviste, mi sono fatto coraggio e ho iniziato a chiedere, alcuni intervistati hanno avuto il problema della lingua, di cui, in parte me ne assumevo la responsabilità perché normalmente parlo molto veloce e quindi avevo paura che non capissero me più che la lingua!
    Nonostante questo problema sono riuscito lo stesso ad avere delle soddisfacenti interviste che mi hanno poi fatto riflettere.
    Ho notato negli intervistati una paura, diffidenza nel rispondere, ma una volta messi a loro agio, erano come dei libri aperti. Molti di loro rispondendo sono andati fuori traccia ma li ringrazio perché grazie a questo mi hanno arricchito ed informato sia sui loro vissuti personali, in parte difficili, sia sulla situazione dei loro paesi d’origine.
    Quest’esperienza mi ha arricchito e su alcuni aspetti mi ha aperto gli occhi, ho capito che come dice il proverbio è molto sbagliato fare di tutta un erba un fascio. Per poter parlare bisogna conoscere la situazione, il contesto e soprattutto la motivazione, il perché di un comportamento. Molte volte difatti si arriva e delle conclusioni nei confronti di gente immigrata, diversa da noi (non necessariamente immigrata)senza conoscere, capire o almeno cercare di sforzarsi di farlo e di mettersi nei panni degli altri. Per esempio si dice che troppi immigrati arrivano in Italia, ma prima di formulare questa frase, bisognerebbe chiedersi il perché e si capirebbe che in molti casi i motivi che spingono a emigrare dal proprio paese non sono dei più felici e facili. Vorrei riportare una mio vissuto:
    Come già detto nel mio paese vi sono pochissimi immigrati ma nonostante questo, la maggior parte della gente esprime senza nessuna ragione, a mio avviso con una certa ignoranza, giudizi fortemente negativi su di loro generalizzando.

  • 2010elsoudany scrive:

    Ho trovato questo lavoro sui blog molto interessante: ho scelto di seguire il seminario sui blog perché ero curiosa di sapere come le nuove tecnologie possano essere un mezzo efficacie per i rapporti interculturali, e questo seminario ha soddisfatto la mia curiosità. Mi ha sorpresa il fatto di come le varie opinioni e pensieri vengono ad intrecciarsi in questo spazio virtuale e come i vari documenti audio e video riescano a farmi riflettere su tematiche che non credo mi sarei preoccupata di cercare volontariamente.
    Mi è piaciuto molto fare delle ricerche per i quartieri di Milano, soprattutto farlo in Cascina Gobba, di cui non avevo mai sentito parlarne fino al primo giorno di incontro del nostro seminario: da quest’esperienza ho scoperto come alcuni luoghi della città, considerati di passaggio da alcuni cittadini, possano essere sconosciuti a molte persone. Spesso viene sottovalutato il valore che alcune comunità emigrate a Milano danno ad alcuni luoghi della città, come il caso di Cascina Gobba: le persone provenienti dall’Est Europa utilizzano questa apparentemente comune fermata della linea verde metropolitana come un loro luogo di incontro, ma solo nel fine settimana, in cui si effettuano arrivi e viaggia per i loro paesi di origine. Durante i giorni della settimana, Cascina Gobba è solo un ampio parcheggio vicino alla linea verde, isolato e raramente frequentato dalle persone. L’utilizzo di questo luogo durante il fine settimana è un occasione per gli immigrati di incontrarsi tra loro, di ritrovare le loro abitudini lasciate nei loro paesi d’origine, di riassaporare i prodotti tipici di casa e anche un occasione per condividere assieme i loro compaesani le loro esperienze avute durante la settimana.
    Recandomi in Cascina Gobba ho trovato una comunità molto unita che affronta insieme le difficoltà riscontrate durante l’emigrazione, ma che, in mezzo a loro, mi sentivo a disagio, quasi un’estranea. Il loro comportamento era socievole e pacifico, ma il senso di disagio che ho provato era dovuto dal fatto che mi dispiaceva pensare che in qualche modo avrei potuto interrompere la loro atmosfera cosi coesa nonostante i loro vari paesi di provenienza (Moldavia, Russia, Bielorussia, Romania, Bulgaria…).
    In Cascina Gobba non ho trovato una situazione di integrazione tra italiani ed immigrati, ma ho trovato uno spazio pubblico ben gestito dagli immigrati, in cui cercano nel più pacifico dei modi di conservare in qualche modo i ricordi legati al loro paese.
    Molti potrebbero pensare che un posto frequentato solo da immigrati sia un posto caotico e pericoloso, dovuto all’informazione che danno i media sui quartieri frequentati dagli stranieri, ma quello che ho trovato in Cascina Gobba è un luogo frequentato quasi esclusivamente da immigrati che non causano problemi a nessuno e che non escludono nessuno che abbia la curiosità di conoscere le origini.

  • 2010bagnato scrive:

    Ho subito scelto di frequentare il seminario sul blog perchè essendo di indole curiosa volevo capire dove vi avrebbe portato questa sperimentazione e cosa avrebbe potuto aggiungere al mio umile “bagaglio culturale”. Grazie a questa esperienza ho imparato a guardare e ad osservare il mondo che mi circonda a pieno e non solo a vederlo o a viverlo passivamente. Ciò che ha contribuito a questa mia nuova visione della realtà è stata in prevalenza la ricerca sul campo. Analizzare con attenzione una determinata area, camminando, osservando e parlando con gli abitanti della zona mi ha aiutato a capire meglio l’Intercultura, o meglio, questa tipologia di lavoro e approfondimento ha completato il corso di Pedagogia Interculturale. Il mio gruppo ha scelto di “esplorare” la via Paolo Sarpi, ovvero il centro della Chinatown milanese; ammetto che non essendo di Milano non mi era mai capitato di visitare quella zona e di vedere un insediamento così importante della comunità cinese e così tanti cinesi tutti insieme se non tanti anni fa in un centro commerciale di Prato. Nonostante questa visione, non mi sono sentita fuori luogo o a disagio anche se alcune persone ci guardavano restie quando passavamo per i negozi e ci vedevano prendere appunti. Il tutto è molto comprensibile. Quelli a disagio erano sicuramente loro e non noi, il tutto perchè non capivano il motivo della nostra presenza e il fatto che ci fermassimo ad ogni negozio per fare un pò di foto annotare le informazioni di cui avevamo bisogno. A parte questo piccolo inconveniente, le persone intervistate sono state disponibili ad avere un breve colloquio con me e le altre ragazze del gruppo. Essendo andate in via Paolo Sarpi di lunedì mattina, la gente in giro era davvero poca, quindi ci siamo concentrate sui negozi e ne abbiamo approfittato anche per acquistare qualche prodotto tipico cinese. Ho notato che in prevalenza il commercio cinese della zona esaminata si concentra soprattutto sulle numerose boutique di moda e alimentari. Inoltre nei cortili e appartamenti presenti, chi vi abita sono per lo più italiani e questo sta a testimonianza del fatto che la nostra società è una società multietnica e multiculturale.
    Non è stato affatto un lavoro semplice da svolgere ma n’è valsa la pena e spero che i risultati si siano visti dal lavoro finale di gruppo.

  • l.lattanzio scrive:

    all’inizio del corso di pedagogia ci è stato chiesto di scegliere un seminario che aveva particolarmente attirato la nostra attenzione ,sinceramente ciò che inizialmente mi ha fatto protendere per questa scelta è stato senz’altro la possibilità di lavorare anche a casa attraverso l’uso di internet.Si perchè questo permette davvero di essere maggiormente “liberi”,scegliere quando e cosa mi è piaciuto per poi commentarlo o anche dare avvio a dibattiti in cui ognuno esprime la propria opinione senza alcun tipo di costrizione.Successivamente c’è stata l’assegnazione del lavoro dei gruppi e gli strumenti che ci sono stati proposti han fatto si che il lavoro mi piacesse sin da subito.Avevamo la possibilità di affiancare ad un sapere sin allora unicamente libresco l’esperienza!Perchè parlare sempre di cose che non si vivono? Questo laboratorio non solo mi ha permesso di lavorare fisicamente ,ma mi ha anche dimostrato che ascoltare o intervistare la gente comune davvero può regalarci tanto.A me ,oltre a testimonianze utili per la ricerca;mi ha permesso di vedere la disponibilità e la voglia di condividere emozioni personali e individuali.Ed inoltre questo laboratorio mi ha insegnato davvero ad andare al di là dei pregiudizi o che se proprio devo averli devono risalire ad una mia esperienza personale.Io ho lavorato con il gruppo di via Padova,una via che non conoscevo affatto perciò non avevo alcun tipo di pregiudizio o stereotipo con il quale combattere e posso dire che per l’esperienza che ho vissuto non ne sono sorti.Credo di dover ringraziare per la possibilità che questo corso mi ha offerto dimostrare a me stessa che non ciò che appare corrisponde alla realtà.

  • 2010Frigerio scrive:

    Ammetto che la scelta del blog è stata più o meno casuale, ed è anche per questo che alla fine di questo percorso ne sono rimasta piacevolmente sorpresa.
    Innanzitutto il lavoro sul campo mi ha permesso di scoprire un’altra faccia di Milano.
    Una faccia di cui si parla poco, se non per particolari fatti di cronaca, una faccia che spesso passa attraverso l’indifferenza o l’indignazione della gente.
    Ma di fronte ad una società sempre più multiculturale come la nostra non ci si può voltare e fare finta di niente.
    Bisogna affrontare la questione.
    E noi nel nostro piccolo, con queste ricerche sul campo, abbiamo provato a scoprire, capire e vivere l’altra faccia di Milano.
    Io, insieme al mio gruppo, siamo andati in Stazione Centrale, quella che per me rappresenta un semplice luogo di passaggio, un luogo di partenze e arrivi.
    Ma per molti, soprattutto per gli immigrati non è di certo un luogo di passaggio, anzi.
    Molti di loro vivono la stazione come un luogo di ritrovo, altri invece per passare il tempo libero insieme ai propri connazionali, mentre per altri ancora quello è il luogo di lavoro.
    Quindi, ogni tanto, invece di dare giudizi facili su realtà che non si conoscono veramente a fondo, sarebbe necessario visitare i luoghi crocevia di identità, luoghi dove lo scambio culturale è costante, dove più identità, più storie, più colori si mischiano e si confrontano senza scontrarsi.
    E’ difficile integrarsi in una società come la nostra, piena di pregiudizi e indifferenza, è difficile camminare per le vie della nostra città se si è immigrati, senza subire gli sguardi sprezzanti e sospettosi degli autoctoni che si sentono minacciati dalla presenza dello straniero; è difficile sì, ma non impossibile.
    Anche se abito a Milano da 20 anni ormai, continuare a scoprire aspetti nuovi della città è interessante, come è altrettanto interessante vedere i cambiamenti e le evoluzioni che certi luoghi hanno subito nel corso del tempo, e il significato che hanno assunto per autoctoni e alloctoni all’interno della società.
    Inoltre tutto questo legato al blog e quindi ad una condivisione su internet, ovvero il mezzo di comunicazione per eccellenza, ha permesso il confronto diretto con più e più pareri e punti di vista e questo è stato sicuramente uno dei punti di forza di questo progetto.
    Inoltre, durante il percorso, poter vedere video interessanti che riguardano le identità e le culture, la situazione degli immigrati, la difficoltà di sentirsi diversi, e la multiculturalità delle città italiane, mi ha permesso di venire a conoscenza di una moltitudine di aspetti che prima non conoscevo o forse semplicemente non consideravo.
    Uno su tutti il video, “Non è facile”, in modo seppur “ironico”, mi ha permesso di capire DAVVERO come e quanto è difficile arrivare in un paese nuovo, la sensazione di sentirsi “diverso” e tutte le difficoltà che ne derivano.
    E’ quindi necessario assumere un atteggiamento interculturale, è necessario che si educhi la società ad un pensiero che vede nell’interscambio tra le diverse identità un contributo alla crescita della persona e all’arricchimento del sistema dei valori, stimolando così una riflessione che consideri la diversità come un’enorme fonte di ricchezza, in cui tutti possiamo dare e tutti possiamo ricevere.

  • 2010pozzi scrive:

    Gruppo di lavoro: Stazione Centrale.

    Come sostenuto già più volte dalla professoressa Lugarini questo blog è stato molto, troppo breve, per tutti i temi che tratta, però nel suo piccolo è stato molto utile. Utile perchè abbiamo avuto la possibilità di fare ricerca sul campo, abbiamo avuto dei riscontri concreti nella vita di ogni giorno su quello che è veramente l’intercultura.
    Grazie a questo seminario ho potuto comprendere come troppo spesso si parli di intercultura con grande leggerezza, ma poi passando ai fatti le cose si fanno ben più complicate. L’intercultura è quell’elemento che giorno per giorno dobbiamo inserire nella nostra vita, per gradi, per arrivare ad un risultato ottimale. L’approccio della professoressa Lugarini e della professoressa Giusti sono stati infatti positivi sugli studenti a mio parere, perchè l’educazione interculturale è stata spiegata in molti modi e con molti mezzi. L’unica cosa che bisogna riconoscere è stato il poco tempo per avvicinarsi a tutti gli effetti all’intercultura, limitato con la prof. Giusti, e decisamente insufficiente con la professoressa Lugarini.
    Ad ogni modo, è stata una piacevole scoperta personalmente questo tipo di materia di studio, in quanto non avrei mai creduto mi potesse interessare così tanto, e lo stesso posso dire del blog. Ricordo il giorno che ho dovuto scegliere il seminario, ero molto incerta se scegliere questo o meno. Ma dopo i due incontri in aula e l’esperienza sul campo (nel mio caso a stazione centrale), posso dire che non potevo fare scelta più giusta che questo seminario.
    Mi è piaciuto molto, e mi ha dato modo di imparare veramente molte cose. In una società come la nostra è essenziale l’apertura e la condivisione delle proprie idee con gli altri, perchè si può imparare qualcosa da qualsiasi persona, anche la più inaspettata secondo i nostri pregiudizi. Sono proprio questi ultimi che bisogna eliminare, perchè troppo presenti all’interno della nostra cultura, e non si immagina nemmeno quanto sia soddisfacente lo stupore nello scoprire come si possono smentire facilmente alcuni nostri pregiudizi.
    è stata un’esperienza breve ma che mi ha dato modo di riflettere molto e mi ha invogliato ad estendere le mie conoscenze sulle persone straniere che conosco, perchè sono sicura che hanno delle storie interessanti da raccontarmi e mi daranno sicuramente modo di arricchire il mio bagaglio di esperienze.

  • 2010 Radivojevic scrive:

    Da una parte questo seminario mi ha dato tanto: mi ha insegnato che non vi è un identità unica, che ce ne possono essere varie in una sola persona.
    Questo ha fatto si che la mia coscienza si alleggerisca e che non viva troppo il senso di colpa nei confronti del mio paese di origine per averlo lasciato. Credo che l’unico mondo possibile sia quello di integrazione. Che è bello e colorato e porta ad un arricchimento reciproco, è un dato di fatto. Che sia difficile da costruire, da abbattere i pregiudizi ed uscire fuori dall’indifferenza è altrettanto vero.E’ un compromesso. In questo senso ho riflettuto molto sulla parola integrazione: se è vero che porta alla rinuncia da entrambe le parti e che molti per questo la reputano una brutta parola, secondo me invece è perfettamente realistica: è proprio vero che ciascuno debba rinunciare un pochino: gli alloctoni di un po’ della loro identità (non è possibile essere esattamente come si è a casa, semplicemente in quanto il linguaggio è differente e di conseguenza il modo di essere e di vivere) e gli autoctoni un po’ della propria: non rimpiangere sempre “il tempo che fu” che non c’è più, ma al contrario. approfittarne per conoscere il mondo e per viverlo più consapevolmente e felicemente.
    A volte mi sembra che io non debba viaggiare: mi metto ad osservare le persone, le conosco e le chiedo del loro paese, delle città dalle quali provengono, di descrivermele, di raccontarmi le loro storie. Ed è meraviglioso, mi fanno fare un viaggio senza spostarmi di panchina. Guardo alcune donne peruviane e mi sembra di guardare gli Inca e mi sento terribilmente privilegiata. Quando le ho detto questo, hanno riso ma ho intravisto una certa fierezza per questa mia affermazione. Quando parlo con le donne ucraine, mi piace conoscere come si viveva durante l’Unione sovietica, quali sono le differenze, cosa e se rimpiangono dello stato precedente e cosa invece gli piace della democrazia. A volte resto impietrita davanti ai racconti di abbandono dei figli per il motivo economico e per la ricerca di lavoro e piango assieme a loro. Naturalmente, non sempre sono predisposta ad ascolto attivo,malgrado la xenofilia per la quale sono culturalmente predisposta (i serbi, e quindi anche io, adorano conoscere gli stranieri,a patto che essi non siano i vicini più prossimi, cioè, i balcanici, ma questo per fortuna non mi appartiene!).
    Tuttavia, la massificazione dell’immigrazione comporta i problemi di difficile gestione, che nello stato italiano mi sembra per lo più spontanea (se non con il prezioso aiuto delle ONG di stampo religioso e non), tranne nella scuola. Il documento del Ministero della pubblica istruzione del 2007 “La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione per gli alluni stranieri” dice una cosa che credo debba essere l’obbiettivo della società globale:
    “Insegnare in una prospettiva interculturale vuol dire piuttosto assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola, occasione privilegiata di apertura a tutte le differenze.”
    Io però, se potessi avere un altra vita, credo che non rifarei questa esperienza o la farei in parte: troppa è la sofferenza per la mancanza del proprio paese, la propria lingua ed i punti di riferimento come il sens of humor, per dirne solo uno, per poterla mettere sulla bilancia assieme ad un arricchimento culturale che sicuramente c’è stato. Troppa è la sensazione di essersi sottratti alla lotta della costruzione di un mondo migliore nel proprio di paese, particolarmente di un paese uscito da poco dalla guerra, invece di cercare la fortuna altrove.
    A volte però, la vita non si può scegliere. E allora vale la pena viverla meglio che si può, approfittando di quello che meglio ha da offrire. E la società interculturale sicuramente è il meglio.

  • 2010bottinelli scrive:

    All’inizio del percorso ho avuto difficoltà a capire il nesso tra luoghi ed identità. Non riuscivo a comprendere a pieno il rapporto inscindibile che, a quanto pareva, si instaura tra una e/o più identità ed un luogo. Che cosa voleva dire tutto questo? Leggevo attentamente i libri della Professoressa Giusti, ma ogni volta che questo concetto sembrava assumere una forma nella mia testa, poco dopo svaniva. Mi mancava un riferimento personale, un confronto pratico per poterne cogliere e comprendere a pieno il significato. Avere avuto la possibilità di mettere in pratica quelli che fino a quel momento per me rappresentavano dei concetti teorici, mi ha permesso di elaborarli. Sperimentandoli sulla mia pelle, “giocandoci” quasi, li ho interiorizzati, li ho fatti miei. E la cosa più affascinante è che ho imparato qualcosa in più della mia identità e del mio rapporto con luoghi precisi studiando, osservando altre identità ed il rapporto che c’è tra loro ed un luogo (nel caso specifico Cascina Gobba). È come se l’ osservazione che ho compiuto sugli altri si sia riflessa in uno specchio e si sia riversata su di me. Ho parlato con queste persone,ho ascoltato testimonianze, ho guardato nei loro occhi: Cascina Gobba per loro è partenza, è sapori di casa, ma per tutti quanti è in primo luogo un punto di riferimento, di incontro. È il luogo dove possono essere completi. Ho cominciato dunque a riflettere su me stessa: quali sono i luoghi che nel corso degli anni hanno aiutato a costruire la mia identità? C’è un luogo che, come per queste persone, è un punto di riferimento per me? Ho un luogo che, inconsciamente, prediligo quando sono malinconica, felice, arrabbiata? Un luogo dove mi sento più me stessa, più completa? Sprazzi sono riaffiorati dalla mia più profonda intimità come tanti piccoli tasselli di un mosaico per poi ricostruire memorie ed emozioni. Mi sono resa conto che in aeroporto, per esempio, mi sento a mio agio, un po’ come se fossi a casa. Il decollo e l’atterraggio degli aerei, il gran via vai di gente, la confusione sembrano rispecchiare il mio animo irrequieto ed in qualche modo placarlo. Ma soprattutto per me l’aeroporto è amore e sofferenza. In parecchi anni di relazione a distanza l’aeroporto è stato parte fondamentale, integrante della mia vita. Credo che a Malpensa abbia pianto più lacrime e fatto più sorrisi che in qualsiasi altro posto. La mia scuola invece, che ho frequentato dall’asilo alla maturità, la stessa scuola che negli ultimi due anni di superiori ho odiato (perché alquanto esasperata), ora rappresenta una meta piacevole per fare quattro chiacchiere con gli insegnanti che mi hanno vista crescere, per darsi appuntamento con i vecchi compagni. È diventata il mio punto di riferimento, il contatto con la mia infanzia, la mia adolescenza, un punto fermo ogni volta che ho voglia di ritornare bambina e sentirmi protetta. E ancora: il parco Forlanini per me significa sfogo. Ogni qualvolta sono arrabbiata, sono troppo tesa, o ho semplicemente voglia di stare da sola e perdermi nei miei pensieri o leggere un libro, cerco il silenzio e il verde di questo bellissimo parco, nelle vicinanze di Linate. Mi sdraio sul prato, cammino, corro, a seconda delle esigenze che ho. E poi c’è il Kenya, il posto nel quale sono arrivata ragazzina e dal quale sono tornata donna. Sono quattro luoghi in cui io mi ritrovo, mi riconosco perché li ho vissuti e perché loro, ognuno a modo suo, mi ha segnata, mi ha trasmesso qualcosa, mi ha fatto crescere.

    Se dunque da una parte questa ricerca mi ha fatto riflettere sui “luoghi della mia vita” e mi ha insegnato a dare loro il giusto valore, trasmettendomi così un senso ci certezza, dall’altro mi ha messo di fronte ad un fatto che mi ha spaventata, destabilizzata. Io vivo a Milano da 20 anni, eppure mi sono accorta di non conoscerla veramente. Quello che ho visto ed ho imparato in questo periodo su UN solo luogo di Milano, l’ho interiorizzato di più di tutto quello che ho visto e (credevo di avere) imparato sui luoghi dove transito più spesso. Ed è, appunto, destabilizzante, ma anche incoraggiante allo stesso tempo. Scoraggiante perché la sicurezza, la presunzione di conoscere la città (o almeno parti di essa) in cui vivo si è volatilizzata; ed incoraggiante perché ho provato sulla mia pelle che, se cerco di estraniarmi, di provare a guardarmi intorno con occhi “da turista”, posso vedere il mondo che si cela dietro l’apparenza di un luogo comune. è davvero possibile e trovo che sia strabiliante perché in questo modo non si smette mai di imparare. Mi rendo però anche conto che non è così facile come sembra. Anche se non ci sarà più il dovere da parte dello studente di raccogliere e consegnare il materiale, le riflessioni raccolte ad un docente, il turismo di un giorno richiede comunque impegno, volontà, passione, ma soprattutto tempo. Il tempo che solitamente, almeno così accade a me, sembra avere un’immensa fretta di trascorrere, lasciandomi arrancare per tenere il passo con lui. Faccio l’augurio sincero a me stessa ed a tutti gli altri di riuscire a mantenere viva in noi l’esaltazione, la voglia e la convinzione di potere davvero mettere in pratica quotidianamente quello che abbiamo imparato nei rispettivi luoghi di ricerca, ed incominciare a vivere anche altri spazi nella stessa maniera, maturando così ulteriori e nuove opinioni, pensieri, punti di vista.

    È stato un lavoro sicuramente duro, questo delle ultime due settimane, ma anche estremamente significativo per me. Man mano che la ricerca avanzava mi venivano in mente nuovi metodi da poter applicare, ulteriori miglioramenti, sorgevano nuovi spunti. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per calarmi ancora di più nella realtà di Cascina Gobba, per fare un lavoro ancora migliore, per “legare” un po’ di più con la gente. Oppure avere la possibilità di iniziare direttamente un’altra ricerca in un altro luogo di Milano.
    Ora è tutto nelle mie, nelle nostre mani e sta a noi decidere cosa fare di quest’esperienza. Intanto di una cosa sono certa: in questo tempo io non ho lavorato esclusivamente su un luogo e le identità che lo vivono, ma, senza accorgermene inizialmente, anche su me stessa .
    GRAZIE!