Contributi finali

Qui dovete postare i vostri contributi finali entro il 18 gennaio.

Alla luce di quanto sperimentato durante il seminario (visione e commento dei documenti sul blog , ricerca sul campo, incontri) ogni studente e ogni studentessa articoli una sintetica riflessione personale sul tema della relazione esistente tra l’identità individuale e/o di un gruppo e i luoghi (di lavoro, di residenza, del tempo libero, ecc).

65 Commenti a “Contributi finali”

  • 2010motta scrive:

    Valentina Motta
    Gruppo di lavoro: Duomo

    Personalmente ritengo che questo lavoro sia stato molto interessante per diversi motivi; il primo è sicuramente il fatto che piazza Duomo ogni giorno è crocevia di moltissime persone tra cui anche stranieri, se non la maggio rparte. Questo è dovuto dal fatto che Piazza Duomo è un luogo molto importante per la città di Milano e, secondo il mio punto di vista, anche magnifico.
    Dico la verità, in 18 anni che vivo a Milano e che frequento la zona centrale ( la piazza, corso Vittorio Emanuele ecc ) non mi era mai capitato di soffermarmi a guardare gli stranieri presenti in piazza.. e ce ne sono molti di più di quanto pensassi!
    Sono contenta perchè questo lavoro mi ha aiutato a vedere piazza del Duomo con altri occhi e sotto un altro punto di vista: LA DIVERSITA’.
    In fondo chi di noi ha mai comprato un braccialetto porta fortuna dai ragazzi senegalesi che si incontrano all’uscita della metro? Noi ne abbiamo anche intervistato uno e, nonostante i cattivi commenti della gente lui è felice di vivere a Milano, anche se nella povertà. Queste sono cose che non mi sarei mai aspettata di sentirmi dire da un ragazzo che per vivere vende solo braccialetti e che, insomma, non ha un lavoro stabile.
    Intervistare la gente, cercare un contatto con gli stranieri, in un qualche modo rendersi parte di un pezzo della loro vita per me è stata un’esperienza bellissima.
    Non nego che in certi casi ci siamo sentite un pò in difficoltà a fare certe domande o anche semplicemente a richiedere un’intervista perchè in fondo la società in cui viviamo al giorno d’oggi non vede di buon occhio gli immigrati, di qualunque provenienze sia..
    Come ha detto un Signore arabo, che abbiamo avuto il piacere di incontrare e intervistare, quando si parla di razzismo non si parla di cattiveria, ma di ignoranza.

  • 2010scarin scrive:

    Federica Scarin
    Gruppo di lavoro: Duomo

    Ritengo che sia stato molto interessante e costruttivo affrontare il tema “luoghi e identità”.
    L’esperienza sul campo, secondo me, ci è servita in modo particolare per conoscere meglio il luogo che spesso sottovalutiamo o pensiamo già di conoscere; immedesimarci nelle persone che ci hanno dato la possibilità di intervistarle è stato molto toccante. Grazie a coloro con cui abbiamo parlato ho capito che tanta gente, tanti ITALIANI, sono ignoranti perchè vivono continuamente in mano a degli stereotipi che non portano a nulla.
    Avere paura del diverso è avere paura anche di sè stessi, secondo me. Ogni persona avrebbe bisogno di confrontarsi con stranieri immigrati che ormai vivono da anni qui in Italia.
    Io, grazie a loro, ho capito che siamo tutti molto fortunati. Loro qui non hanno niente, non hanno una loro casa, non hanno una loro famiglia e soprattutto non hanno un lavoro fisso MA nonostante ciò ci hanno accolto con il sorriso, dall’inizio alla fine.
    Grazie a loro sono riuscita a guardare con occhi diversi tante persone… a non avere il timore di avvicinarmi per chiederli qualcosa, come spesso,magari, accade a tutti noi.
    Parlare, discutere, creare dibattiti su questo tema è stato molto utile per tutti perchè si è aperto un mondo davanti a noi e una cultura diversa.
    Bisogna capire che loro non sono qui per darci fastidio, sono qui perchè nel loro Paese non hanno un lavoro, non hanno la possibilità di lavorare e se noi li accettassimo con più ospitalità e cuore riusciremmo a vivere meglio tutti.
    Ringrazio vivamente la prof.ssa Giusti e soprattutto la Dott.ssa Lugarini che ci hanno permesso di lavorare in un modo più originario e anche divertente…
    Il seminario del blog mi ha colpito ancora di più, perchè pensavo fosse molto diverso invece è stato fatto in modo che noi riuscissimo a lavorare anche da casa riflettendo su ciò che era stato detto o visto.
    Ora spetta a noi, in futuro, espandere questa idea di intercultura, informando tutti che il mondo è uno solo e tutti insieme siamo come un’enorme famiglia.

  • 2010 Minolfo scrive:

    mi è piaciuta molto fare intercultura col blog perchè secondo me è un modo alternativo al fare lezione in classe!
    soprattutto perchè c’è stata più possibilità di commentare e procurarsi materiali più vari..
    ho scelto questo seminario per diversi motivi ma quello principale è stato il fatto che mi interessava molto utilizzare il blog come mezzo di comunicazione..
    sinceramente mi aspettavo completamente diverso questo seminario!
    quello che mi aspettavo era di dover fare noi un blog su cui inserire impressioni, esperienze e commenti su notizie.. non di trovarmelo uno già fatto e di andare in giro a intervistare!
    io faccio parte del gruppo che ha fatto la ricerca in viale ungheria e se devo essere sincera l’idea di andare in una zona così periferica di milano non mi attirava granchè, anche perchè chiedendo in giro saltavano fuori commenti negativi o pregiudizi del tipo “stai attenta che ci sono gli zingari” e mi aspettavo di trovare una zona in cui passava la gente incappucciata pronta a scipparti!
    poi però andando lì sono rimasta davvero sorpresa dal sentire parlare gli abitanti..
    in fondo è una zona periferica come un’altra in cui le varie etnie non intreagiscono fra loro ma solo con gli italiani e ci sono quelli più propensi a una convivenza civile e quelli che se ne fregano e cercano di fare del male..
    sia pedagogia interculturale che questo seminario mi hanno aperto gli occhi sul modo di vivere degli immigrati e mi hanno fatto rendere conto (anche se avrei dovuto già saperlo) che di immigrati ce ne sono sia bravi che cattivi e che purtroppo il pregiudizio è un forte blocco!

  • 2010caschetto scrive:

    Mi aspettavo un lavoro completamente diverso. C’è da dire che lavori di questo genere non ne avevo mai svolti prima d’ora e non avevo completamente chiaro in mente che lavoro avrei dovuto affrontare.
    Credo che per essere la prima esperienza ho fatto un lavoro mediocre.
    Non voglio usare i paroloni dei miei colleghi, però credo che la parte più interessante del entrare a contatto con gli altri in maniera così diretta sia stato il miglior modo per comprendere di più me stesso.
    Non ci avevo mai pensato a chiedere a un kebbabaro quanti anni avesse, la zona in cui vive o perchè è è venuto qui in Italia. Eppure eccomi (anzi eccovi visto il lavoro fatto in gruppo) lì sotto la neve, con un ombrellino semi-scassato, un quaderno di appunti e un registratore a cercare di estorcere informazioni sulla sua vita a un omino alto mezzo metro dai tratti asiatici che non parla italiano solo perchè sono curioso di conoscere la sua storia. Sapere perchè è qui, quando è arrivato, perchè non sa ancora la lingua del paese in cui si trova, se gli piace Milano, dove vorrebbe andare, cosa cambierebbe, dove è nato.
    Spesso le persone non sono capaci di vedere oltre il loro naso. Ecco forse perchè l’omino dai tratti asiatici non si sforza a imparare l’italiano. Tanto per la maggior parte delle persone rimarrebbe invisibile. Rimarebbe giusto una figura dietro una bancarella che vende sciarpe d’inverno e occhiali da sole in estate davanti alla fermata del tram.
    Questo corso è stato sì interessante, ma oltre che per quello che hanno elencato molti dei miei colleghi, io l ‘ho trovato interessante perchè mi ha aiutato a scoprire un nuovo lato di me stesso che prima non conoscevo perchè non avevo mai avuto modo di entrare in contatto così diretto con questa realtà di persone straniere.
    Il lavoro di apertura verso mondi e realtà esterne potrebbe davvero aiutare molta gente a una miglior comprensione delle molteplici dimensioni di città come Milano. Ma sono ancora scettico al momento su ciò. E visto le mie esperienze dirette con il mondo di persone portatrici di handicap posso dire tranquillamente che le persone che si reputano “normali” o “sane” solo perchè si confono nella massa, schiave di una moda, di uno stereotipo o di un pregiudizio hanno reazioni di rifiuto e allontanamento vergognosamente uguali davanti a un “malato” o uno “straniero”.
    E la cosa peggiore è che non lo sanno. Dopotutto, loro si considerano “normali”.

  • Silvia Montesanto scrive:

    Contributo Finale.
    Sinceramente non credo di essere l’unica insieme ai miei colleghi di facoltà ad averlo dato.
    Il più grande contributo credo di averlo ricevuto io da questo seminario!
    Se le mie aspettative iniziali non superavano quelle di un qualunque seminario,alla fine di esso ho dovuto ricredermi.
    Partecipare alla ricerca sul campo,confrontarmi ed entrare in stretto contatto con una realtà nuova mi ha davvero lasciato qualcosa? Forse la consapevolezza che non tutto il mondo a me noto è quello che esiste.
    Forse la chiave per leggere negli altri la possibilità di crescere e maturare una personalità diversa,più versatile.
    Ma anche la convinzione che tutti a modo nostro possiamo contribuire per rendere le nostre città,la nostra via,il nostro quartiere,il nostro vicinato un posto accogliente e privo di pregiudizi.Io che sono nata e cresciuta in Sicilia so bene cosa significa essere accostati o associati a luoghi comuni,o cattive etichette.
    Mi sono trasferita per gli studi qui a Milano,e mi accorgo che molte persone (non troppe fortunatamente) hanno una visione distorta e pessimistica della mia città.
    Ecco forse “intercultura” è una parola che apre gli occhi della gente sulla scoperta e l’esplorazione di quei
    meandri che appaiono diversi e paurosi,ma che possono rivelarsi terribilmente accoglienti e piacevoli.
    Quando io penso a Palermo alla mia città,a ciò che ho dovuto lasciare per dedicarmi ad un percorso indipendente e fine alla mia crescita,penso alle mie tradizioni,alla spontaneità che manca a tanta gente del nord,alla cucina della mia mamma,ai pomeriggi di dicembre in spiaggia. E mi rendo conto che non è facile,non è per niente semplice abbandonare tutto per dare una svolta alla propria vita. Ecco perchè sento radicata in me l’idea di intercultura. Perchè anche se in minima parte,riesco ad immaginare cosa vuol dire perdere la propria identità,e sentirsi marginali. Ma so anche che esiste il modo per evitare tutto ciò e sentirsi un pò più a “casa” anche se lontani km e km dal nostro letto,dalle nostre famiglie.
    Sono molto contenta quindi di aver partecipato a questo seminario,e spero di tenere sempre presente ciò che ho imparato da questo corso e dalle mille attività svolte.
    Sono sicura che molte altre persone condividono quanto detto,e spero davvero di poter approfondire questi studi nel corso della mia vita.

  • 2010mangiaracina scrive:

    Ho deciso di iscrivermi a questo seminario, preferendolo agli altri, fondamentalmente perché mi interessava scoprire come si possa affrontare e promuovere l’intercultura attraverso l’utilizzo di un mezzo così potente e diffuso come internet e in particolare il blog.
    Sono partita quindi convinta che il seminario si basasse innanzitutto sull’importanza della comunicazione, (soprattutto se si deve trasmettere un messaggio molto importante) e che si affrontasse il tema dei mezzi di comunicazione di massa più diffusi coniugandoli in qualche modo con l’interculturalità. Queste aspettative mi hanno spinta ad iscrivermi, consapevole innanzitutto di affrontare un argomento nuovo visto da un’altra angolazione e di assistere a delle lezioni che poco avevano a che fare con le tradizionali lezioni universitarie in cui è presente un docente che spiega e degli alunni che seguono, alcune volte poco motivati. Ciò che mi ha stupito non è stato tanto il coinvolgimento di tutti attraverso l’elaborazione di un progetto, ma il fatto di doversi spostare fisicamente in una determinata zona di Milano per analizzare ed esperire in prima persona cosa significa davvero il rapporto tra identità ed ambiente. Questo mi ha permesso di notare particolari di un luogo a cui non avevo mai dato importanza, arrivando a concludere quanto in realtà sia essenziale la relazione tra l’ambiente in cui si vive e la propria identità. Nel mio caso il progetto è stato svolto su Viale Ungheria, una zona periferica di Milano che non avevo mai avuto modo di conoscere. La prima impressione durante il primo sopralluogo ha giocato una grande importanza, soprattutto perché influenzata da aspettative pregiudizievoli. Mi aspettavo (e questa è stata anche la mia prima impressione) di trovarmi in una zona un po’ abbandonata, magari esteticamente scarna e poco accogliente; un luogo, insomma, in cui non trovare nulla da descrivere o da analizzare per raggiungere le finalità della ricerca. Il parere degli abitanti del luogo, però, ha in parte rimosso alcuni dei miei pregiudizi, facendomi ampliare il mio campo di visione e facendomi di fatto notare quanto Viale Ungheria sia una realtà milanese come tante altre. Forse rispetto ad alcune zone centrali risulta molto poco curata, ma ciò è da imputare sicuramente ad uno scarso lavoro dell’amministrazione locale. Per quanto concerne le diverse etnie presenti su quel territorio è stato confermato più volte dagli abitanti del luogo l’assenza di grandi problemi di convivenza, risultando quindi una zona fondamentalmente pacifica e civile.
    Logicamente il tempo a disposizione era esiguo e non permetteva di conoscere a fondo la zona da analizzare, ma è stato davvero di grande importanza poter partecipare in modo così attivo ad un progetto di grande interesse come questo. L’intercultura insegna ad aprirsi al nuovo e al diverso superando i pregiudizi e questo a mio avviso non si può fare se non ci si mette in gioco in prima persona attivamente, proprio come abbiamo fatto noi nel nostro piccolo attraverso tutti questi progetti, lo scambio di opinioni in aula e attraverso il blog.

  • zavarelli2010 scrive:

    Sono d’accordo anch’io con quello che scrivono alcuni miei colleghi in quanto mi aspettavo un lavoro diverso da questo seminario. Infatti avevo in mente di effettuare ricerche in rete, visitare altri siti e blog che riguardassero il tema dell’integrazione e dell’identità culturale per comprendere altri punti di vista su questo argomento e ampliare il mio. Ecco secondo me siamo andati oltre tutto questo. In primo luogo ho trovato una risposta alla mia domanda sul perché utilizzare un mezzo così tecnologico come il blog: quest’ultimo, infatti, è molto simmetrico ad un approccio interculturale, in quanto entrambi si giocano sul dialogo, l’incontro tra persone, la capacità di vedere e guardare, la condivisione e la messa in comune di informazioni che mette tutti sullo stesso piano, esplorare altri punti di vista, lo scambio. E’ uno strumento che favorisce lo sviluppo dell’intelligenza collettiva in cui c’è il riconoscimento di una molteplicità di conoscenze, un’ intelligenza collettiva che esiste in qualunque luogo e persona.
    Inoltre la ricerca che abbiamo svolto è stata molto significativa in quanto mi ha permesso di indossare (purtroppo solo per un breve periodo) il ruolo di “ricercatrice”per capire se esiste effettivamente un rapporto, una relazione tra l’identità individuale e/o di un gruppo e i luoghi.
    Il mio gruppo ha lavorato sulla zona di Milano Lambrate e uno dei nostri primi obbiettivi è stato quello di avvicinare, entrare, narrare gli spazi pubblici per imparare a conoscerli; così ho concentrato la mia attenzione sui luoghi in cui vivo e frequento quotidianamente per poterli osservare con lentezza, con “pazienza,”senza la consueta e frenetica corsa a cui Milano ci abitua ogni giorno per svolgere ormai qualsiasi cosa. Il risultato è stato sorprendente: può sembrare strano ma mi mancava un frammento d’identità, avevo la sensazione di essere io l’intrusa in un ambiente esterno e non mio, quindi spaesata in un situazione che immaginavo diversa; ad esempio, sapevo che lì in quell’angolo di strada c’era un bar ma non mi sono mai fermata a leggere l’insegna e così per me quel luogo è rimasto per molto tempo “il bar della stazione”, e così via per tanti altri nomi di vie, locali, negozi. Insomma se qualcuno mi avesse chiesto delle informazioni avrei saputo dare solo dei riferimenti personali e quindi non utili a un’altra persona. Certo dare nomi di fantasia a ciò che vediamo è un’ attività spontanea che crea una mappa per orientarsi, così i luoghi non sono più vuoti ma nostri; infatti “approssimarsi” è un processo non sempre consapevole di erosione del proprio etnocentrismo e per questo è fondamentale capire il senso, il significato che ognuno di noi attribuisce ai luoghi.
    A tal proposito, personalmente ho sempre visto la zona della stazione di Lambrate come un luogo di passaggio, di transito e la ricerca mi ha fatto comprendere quanto invece è un luogo vivo e significativo per alcune persone. I soggetti delle nostre interviste, in questo caso venditori ambulanti provenienti dal Bangladesh, hanno confermato che questa zona di Milano assume per loro diversi significati: è il luogo del loro lavoro, è il luogo delle relazioni con i colleghi connazionali ma anche con i colleghi di altri paesi (tutti si conoscono) e infine è un luogo di incontro per passare i momenti di pausa e di tempo libero con gli amici al bar, sorseggiando un caffè e leggendo il giornale.
    Dalle loro interviste è emerso anche che la relazione con gli autoctoni è pacifica e non si avverte quella forte conflittualità diffusa dai media, inoltre è molto positiva anche la convivenza con le altre etnie.
    La mia risposta alla domanda se c’è un rapporto tra identità è luoghi è certamente sì: nei luoghi l’identità si forma, si valorizza, si arricchisce grazie agli altri e al luogo stesso, e per uno sviluppo inverso siamo noi che formiamo il luogo. Ogni luogo può essere molto importante per la vita di una persona, perché legato ad un ricordo particolare, ad un evento, a una svolta…quindi, ognuno di noi ha avuto l’occasione di far proprio almeno un luogo, portandosi sempre dietro la propria identità e personalità e lasciando così una traccia del proprio passaggio, che incontrerà poi quella lasciata da altri viaggiatori; in questo modo si crea il legame tra identità e luoghi.
    In particolare come ricorda Mariangela Giusti all’interno dei suoi libri, la migrazione può essere traumatica in quanto “colloca gli individui in un involucro culturale esterno che non è più congruente con il suo involucro culturale interno”. In questo senso i luoghi etnici assumono un ruolo rilevante, perché è nelle piazze, nei parchi che si intrecciano gli stili di vita, i valori, i processi identitari che portano alla produzione di nuovi simboli e significati che spesso rispondono ai bisogni e alle esigenze che gli immigrati hanno, vivendo in un paese che non è il loro.

  • 2010binetti scrive:

    Sono un ragazzo nato nel sud d’Italia in un paesino in provincia di Bari. Provengo da una famiglia meridionale da generazioni. Nonostante tutto ho sempre vissuto qui in provincia di Milano, tornando a far visita al “mio paese” solo un mese all’anno nel periodo estivo. Fin dal primo giorno delle scuole elementari ( se non prima ma non ne ho memoria ) mi è capitato spesso di avere a che fare con commenti di stampo razzista che riguardavano le mie origini. Ancor prima di conoscermi, alcuni bambini, e poi ragazzini, sentivano già di potermi “valutare” come persona semplicemente dal luogo in cui mia madre si è trovata quando mi ha partorito. La stessa situazione, anche peggiore, è stata vissuta dai miei genitori sul posto di lavoro per diversi anni. Ho sempre trovato sciocco il fatto di dover classificare qualcuno semplicemente per il luogo dove è stato partorito piuttosto che per le sue vere ed effettive qualità o per i propri ragionamenti, ma la stragrande maggioranza delle persone tutt’oggi continua a farlo. I motivi? Insicurezza, ignoranza… materia da psicologi e sociologi. Come ho detto, quindi, tecnicamente sarei un “immigrato” anche se la migrazione è avvenuta molto tempo fa poco dopo la mia nascita e per volere dei miei genitori.
    Se qualcuno mi ponesse la domanda: “ Ti senti più barese o più milanese ?” Risponderei: “Nessuno dei due”. Così come non mi sento né barese né milanese, non mi sento nemmeno italiano. Del mio paese ( l’Italia ) ho tanti motivi di cui vergognarmi e pochi di cui vantarmi. Ho sempre considerato negativamente il patriottismo, che altro non è che la base e il presupposto di ogni nazionalismo. Nessuno decide di nascere nel paese dove poi effettivamente nasce, quindi che senso ha dirsi e sentirsi fieri del proprio paese? Dire questo implica direttamente e indirettamente che ci sono nazioni migliori e nazioni peggiori, così come per le persone che vi abitano. Questo piccolo esempio è per ricollegarmi alla questione degli immigrati clandestini e non, che per nazione, lingua, sesso, religione etc… vengono continuamente irrimediabilmente discriminati ovunque, dal posto di lavoro ai luoghi pubblici, solo perché provengono da quel determinato paese o perché parlano quella determinata lingua o perché hanno usi e costumi diversi dai nostri. Si continua a giudicare la gente per etichetta, per sentito dire e per luoghi comuni… quando invece bisognerebbe fermarsi e conoscere la persona, e valutarla per quello che effettivamente è, per come pensa, per come ragiona, per quello che fa, e non marchiarla a fuoco in partenza. Purtroppo le persone che fanno così sono la stragrande maggioranza della popolazione mondiale “civilizzata” e lo fanno perché non si informano. Giusto oggi mi è capitato di leggere una definizione di “informazione” di Anolli sul libro di Psicologia della comunicazione:
    “ Possedere un’informazione significa avere una mappa più definita e attendibile della realtà. Significa altresì eliminare o, quanto meno, attenuare aree di ambiguità e possibilità di errori nelle scelte e nelle decisioni”.
    E’ un concetto tanto semplice quanto ignorato. Molta, troppa gente non si informa sulle cose, sulle persone, sulla realtà e giudica senza sapere, per sentito dire, per ignoranza e per paura. Per la persona chiusa e ignorante tutto ciò che non si conosce provoca paura e insicurezza e viene visto come una minaccia alla propria identità. La paura genera odio e, per contrastare e sopperire questa paura/insicurezza, si finisce per attaccare l’oggetto che la genera. Vedere denigrato l’oggetto disturbante, specie se con l’ausilio e il supporto della massa, provoca soddisfazione e tranquillizza, in un certo modo “riequilibra” la fragile e insicura identità di colui che discrimina. Lo abbiamo constatato tutti anche leggendo i libri della professoressa Giusti. Ricordo di un capitolo dove venivano descritti i motivi alla base della nascita del razzismo, che per l’appunto non sono altro che paura, insicurezza e ignoranza. Serve più informazione, più apertura mentale per scacciare via la paura, l’odio e, quindi, i luoghi comuni che li perpetuano. Vorrei soffermarmi sul concetto di luogo comune e di pregiudizio: tutti noi abbiamo dei pre-giudizi su tutto, positivi o negativi che siano. Dire che i rom sono dei delinquenti è un pregiudizio tanto quanto dire che i cinesi sono dei gran lavoratori. Recentemente ho commentato un video sulla Chinatown di Milano dove si parlava di come i figli dei cinesi immigrati si dedicassero anima e corpo al lavoro per aiutare i propri genitori, seppur con la voglia di tornare a studiare, e leggevo commenti di persone che ribaltavano il luogo comune che si cercava di sfatare dipingendo con molte lodi i cinesi come una nazione di gran lavoratori.

    Con questo non voglio dire che i cinesi sono o non sono dei gran lavoratori ( affermando implicitamente così che esistono popolazioni più o meno “ lavoratrici” ) perché finirei per cadere in un luogo comune, per quanto positivo e apparentemente innocuo. A prescindere dall’età, dal sesso, dalla nazionalità o dalla cultura, esistono persone volenterose e non, educate e non, per esteso
    “ buone” e “cattive”. Non bisogna cadere nel pregiudizio positivo, perché rimane pur sempre un pregiudizio, ma bisogna cogliere il messaggio più importante e cioè che siamo tutti veramente uguali e siamo tutti capaci di tutto: di essere grandi lavoratori o grandi scansafatiche, di essere volenterosi nell’aiutare la famiglia o gli amici o di infischiarcene, di aver voglia di studiare e non, così come di essere dei delinquenti oppure gente ordinaria. Quello dei cinesi è solo un esempio. Quello che voglio dire è che bisogna sempre essere aperti e disponibili a modificare i propri inevitabili pregiudizi, soprattutto quelli negativi ma anche quelli positivi. Il messaggio che deve passare è quello dell’uguaglianza: siamo tutti uguali, tutti con le stesse potenzialità. Ognuno è capace di dare, fare e dimostrare tanto se gli viene data la possibilità.
    Quello di cui ho parlato fin ora è il lato negativo della relazione “ identità luoghi”, ma come sappiamo c’è molto anche di positivo. Appartengo al gruppo a cui è stata affidata stazione centrale come luogo di indagine, e devo dire che sono rimasto piacevolmente sorpreso. Ero già passato più volte da quelle parti senza mai soffermarmi sulla sua realtà. Ho sempre visto stazione centrale come un non-luogo, dove nessuno sosterebbe se non per prendere un treno. Arrivato sul posto ho iniziato a fare quello che nel libro della prof. Giusti si ripete spesso, ovvero camminare, esplorare e osservare il territorio, viverlo… Per quanto breve fosse il tragitto ho dedicato tempo e attenzione nell’attraversarlo, cogliendo molti più dettagli di quanto prima potessi immaginare, finendo per vedere lo stesso posto che conoscevo da sempre con occhi diversi, nuovi e più consci della realtà che era li attorno. Identità e luoghi… la tecnica è la stessa… bisogna viverli, attraversarli, osservarli e soprattutto prendersi del tempo per farlo. Solo così si genera informazione e solo così si genera consapevolezza.
    Vorrei concludere con una citazione che ho trovato molto significativa e che ho anche inserito nel video che ho personalmente editato per il gruppo di stazione centrale:

    “Nulla si conosce interamente finché non vi si è girato tutto attorno per arrivare al medesimo punto provenendo dalla parte opposta” ( Arthur Schopenhauer )

  • 2010meli scrive:

    Quando la professoressa Giusti ci ha consegnato la scheda dell’elenco dei seminari non sapevo sinceramente cosa scegliere; alla fine ho optato per il BLOG.
    Non ho mai pensato al blog come un metodo di conoscimento, di approfondimento e di confronto, e devo dire che è stato molto utile soprattutto per il fatto di confrontare le mie idee con altre persone.
    Grazie a questo seminario e al corso stesso di Pedagogia Interculturale ho potuto constatare quanto sia facile giudicare le persone che hanno diverse origini dalla nostra, e quanto sia difficile mettersi nei loro panni; ho capito, inoltre che “Intercultura” dovrebbe voler dire rapporto tra due o più culture che comporta l’arricchimento reciproco ovvero di valori, usi, costumi, tradizioni.
    Come ho scritto nella relazione, dall’esperienza fatta sul campo (nel mio caso Via Padova) ho constatato quanti pregiudizi ci siano da parte degli italiani verso gli stranieri e come sia difficile la loro vita, poiché hanno dovuto lasciare il paese d’origine per migliorare la propria qualità di vita cercando lavoro mantenendo anche la loro famiglia che in tanti casi è rimasta al proprio paese lontano quindi dal genitore. Inoltre penso sia importante imparare a non avere pregiudizi prima di non conoscere una persona solo per il fatto che appartiene a un’altra etnia, anche perché, sempre dal mio punto di vista, ogni persona ha un qualcosa dalla quale si può imparare o semplicemente per uno scambio di conoscenze riguardanti la lingua, abitudini, religione e tradizioni.

  • 2010tognon scrive:

    Maria Sara Tognon
    Zona Corvetto

    Questo seminario è stato una sorpresa, sia per come è stato impostato sia per quello che mi è stato richiesto.
    Mi sono trovata a contatto con una realtà a me estranea. Ero partita con l’idea di dover lavorare molto sul pc,contribuire a qualche blog e invece mi sono trovata a confrontarmi in prima persona con un’altra realtà.
    L’esperienza sul posto mi stupito nuovamente: vivendo fuori Milano, in un paesino, mi aspettavo di trovare una realtà simile alla mia.
    Gli immigrati nel mio paese si ritrovano nelle piazze e in alcuni negozi ma sono per la maggior parte molto disponibili. Invece, arrivata in via Quaranta ho avuto la sensazione di essere tra persone infelici. Individui provenienti da paesi diversi con diverse identità si incontrano nello stesso luogo ma sembra che a dominarli sia la paura. Questa esperienza mi ha spinto ad approfondire questa tematica, mi ha lasciato un senso di irrisolto.
    Ho capito che c’è un mondo da scoprire dietro ogni singolo immigrato che arriva in Italia ma che c’è ancora troppa gente che non riesce a lasciarsi alle spalle i pregiudizi. C’è ancora molto da fare in via Quaranta per migliorare la situazione che vista da fuori sembra molto pesante.

  • 2010rossetto scrive:

    ABITARE IL MONDO NELL’INCONTRO CON I POPOLI, LE CULTURE E I PAESAGGI

    Ho scelto di partecipare a questo seminario sul blog perchè pensavo potesse essere un’opportunità per poter affrontere il tema dell’intercultura rapportato ai social network. Quetsi ultimi, infatti, si sono sviluppati in particolare tra persone di culture diverse provenienti da ogni parte del mondo.
    Durante la prima lezione la pofessoressa Lugarini ci ha spiegato in cosa consisteva questo seminario dal titolo “IDENTITA’ E LUOGHI” ed il motivo per il quale aveva scelto l’uso del blog.
    Dalla sua spiegazione ho capito che quello che ci interessava erano i luoghi delle città dove avremmo potuto trovare l’incontro tra le culture. Il nostro compito consisteva nell’osservare gli spazi e chi li abita per raccontarli nel nostro blog, dove tutti i partecipanti al seminario avrebbero potuto venirne a conoscenza.
    I paesaggi, gli spazi, le strade delle città sono luoghi d’interculturalità, di scambio, di conoscenza fra persone di diverse provenienze, il cui susseguirsi nel tempo crea l’identità, cioè quel continuo senso che il sè ha di sè stesso. Gli spazi pubblici delle città pongono gli individui di fronte a parecchi interrogativi sulla propria identità culturale.
    Tra i vari luoghi che avevamo segnalato sul blog, la professoressa ne ha selezionati alcuni e noi, divisi in piccoli gruppi, dovevamo concentrarci in particolare su uno di essi. Io con altre due mie compagne, abbiamo scelto Via Paolo Sarpi. Non conoscevo quel luogo, di conseguenza non potevo avere nessun tipo di pregiudizio ne stereotipo. Ero entusiasta di poter conoscere un posto nuovo della città, ma, quando l’ho comunicato sia ai miei genitori che a degli amici di Milano, ho notato sui loro volti un’espressione di preoccupazione e diffidenza. Immediatamente mi hanno fatto molte raccomandazioni, trasmettendomi quel sentimento che avevo colto nei loro sguardi.
    Quando mi sono trovata in Via Paolo Sarpi mi sono subito tronati in mente i ricordi meravigliosi ed indimenticabili del mio soggiorno a Pechino. Tutto mi rimanadva a quella Cina dove, qualche anno prima avevo avuto la fortuna di recarmi per un viaggio di studio: profumi, odori,suoni, persone, quella era proprio una piccola Chinatown a Milano.
    Non avevo paura, nè timore perchè era un luogo che già avevo visto ed abitato. Entrare in contatto con quelle persone mi ha fatto molto piacere perchè sono venuta a conoscenza dell’identità di quel luogo. Ascoltare i racconti della gente, da noi intervistata mi ha aiutato a scoprire qualcosa di più della storia di Via Paolo Sarpi, oltre a queste informazioni, ho voluto raccoglierne altre utilizzando documenti su internet.
    Il lavoro svolto mi ha arricchito culturalmente ed emotivamente. Scoprire l’identità di un luogo e venire a contatto con chi lo abita, senza badare solo alle apparenze o a quello che “dice la gente”, aiuta ad osservare anche gli altri spazi in modo diverso, costruttivo e aperto a qualsiasi nuova esperienza ed emozione.
    Un momento molto interessante è stato durante l’ultimo incontro in aula dove tutti hanno raccontato qualcosa delle esperienze effettuate. Quella che mi ha colpito maggiormente è stata la testimonianza di una ragazza che è andata in Giappone durante le vacanze natalizie.
    Là non esiste razzismo nei confronti del diverso, anzi quello che viene trasmesso è addirittura un senso di protezione e stima nei confronti dell’immigrato.
    Sarebbe auspicabile che anche la società occidentale si aprisse maggiormente verso chi migra in cerca di un futuro migliore; ci dovrebbe essere più rispetto nei confronti delle culture diverse dalla propria per poter avere una convivenza migliore, senza continui atti di violenza e razzismo.
    Chi vive stabilmente in una città da molti anni ha nella propria memoria alcuni precisi riferimenti affettivi e identitari riguardo a quegli stessi spazi e a quegli stessi luoghi della vita.
    Ognuno di noi dovrebbe però ricordare che il posto dove abita è stato luogo di passaggio per molte altre persone e culture e, di conseguenza, l’identità che si è venuta a creare è la risultante dell’insieme di tutto ciò che è venuto in precedenza.
    L’identità di un luogo non è statica ma in continua evoluzione, perchè gli spostamenti degli individui avvengono continuamente per svariati motivi (necessità, divertimento…) creando così una mescolanza tra culture e tradizioni diverse.
    Ovviamente la disponibilità di ciascuna delle parti al rispetto di quanto sopra citato è il fondamento per poter ottenere una civile e pacifica convivenza.
    Come educatori dobbiamo essere consapevoli che il nostro comportamento contribuirà in modo decisivo a combattere l’intollerenza non solo a scuola ma anche e soprattutto nella società.
    La convivenza nei luoghi pubblici delle città può presentare il rischio di nuovi motivi di esclusione, emarginazione, segregazione da entrambe le parti, perchè le differenze legate alle abitudini, all’uso degli spazi, al movimento, ai cibi ed ai profumi sono visibili, si mostrano, esistono.
    Bisogna provare ad attraversare le città, non abbandonarle a sè stesse, ma soprattutto non si deve dare nulla per scontato, anche se farlo può risultare difficle e sarà la sfida del futuro.

    Un recentissimo film che tratta la convivenza interculturale è: “Che bella giornata” di Checco Zalone, nel quale le culture dei due protagonisti, pur essendo molto distanti fra loro, si conoscono ed entrano in contatto, fino al punto da far nascere una storia d’amore.

  • 2010sosio scrive:

    Quando mi sono trovata nei primi giorni di lezione di pedagogia interculturale di fronte alla famosa “scheda rossa” devo ammettere che non sapevo molto cosa aspettarmi dai seminari che ci venivano presentati in così poche righe.. Scegliere non è stato facile, perché gli elementi a nostra disposizione erano davvero pochi, così ho scelto semplicemente il seminario che mi incuriosiva di più, ovvero quello sul blog. Mi incuriosiva perché mi sembrava il più originale, il più “interattivo”, forse anche perché riuscivo poco a immaginare come potesse essere sfruttato per l’intercultura lo strumento del blog che così bene già conoscevo, ma non sicuramente in quest’ottica. Certo, mi aspettavo video, testi, interviste, immagini, file audio e quant’altro di interessante si può postare in uno spazio virtuale (ma non per questo finto o astratto!), anche perché fino a qualche anno fa anche io frequentavo molto l’ambiente del blog di alcuni amici.

    La cosa che mi ha stupito di più è stata sicuramente la “comunità” virtuale (e non solo) che si è creata grazie a questo strumento: la cosa interessante del blog è secondo me proprio il fatto che il “sapere” si costruisce insieme, ognuno nel suo piccolo porta la sua esperienza, la sua opinione su un dato argomento, il suo pezzettino di vita e di pensiero (quella che è stata definita “intelligenza artificiale”). Senza la possibilità di commentare i post infatti il blog si sarebbe ridotto ad un semplice archivio di informazioni on-line, per quanto interessante e utile, ma simile a chissà quanti altri in rete. Invece grazie alla possibilità di poter dire la propria, di essere liberi di commentare quello che più ci incuriosiva, ci colpiva, ci suscitava ammirazione o magari anche disaccordo secondo me noi ragazzi siamo stati molto più incentivati a esprimere le nostre idee, e poi ha reso più ricco e unico l’ambiente virtuale.

    Alcuni documenti invece magari erano semplicemente interessanti da consultare, o divertenti da vedere (per esempio il video della vecchietta in stazione che incolpa ingiustamente la persona di colore di averle rubato il pranzo) e secondo me i commenti in certe parti erano quasi superflui, per quanto il messaggio che si voleva far passare era trasparente come l’aria. La prima parte del seminario quindi, quella strettamente legata al blog, mi è piaciuta molto in quanto permetteva di accedere a contenuti inusuali e anche originali in maniera facile ed immediata, con molta libertà, e permetteva soprattutto il confronto con altri studenti come noi su tematiche anche molto delicate.

    La seconda parte è stata invece ancora più una sorpresa, in quanto abbiamo dovuto rivestire i panni del ricercatore (non senza difficoltà, bisogna ammetterlo) per scendere direttamente sul campo, esplorare in prima persona i luoghi dell’intercultura, e per provare a connettere, seppure l’esperienza sia stata breve e purtroppo non nel periodo più consono, i luoghi in questione con il tema dell’identità, l’argomento centrale del seminario. Il mio gruppo si è occupato della stazione di Lambrate, un luogo che frequento abitualmente pur non essendo di Milano, in quanto ci passo ogni volta che vengo in università.

    Ho scelto Lambrate proprio perché ero abituata a viverlo molto superficialmente, sempre di fretta (molto spesso correndo per i miei ritardi cronici che rischiavano di farmi perdere il treno) e sempre in maniera molto parziale rispetto alla complessità del luogo che poi si è rivelato essere. Con la mia osservazione mi sono proprio sforzata di vivere la stazione con uno sguardo calmo e soprattutto attento a quello che succedeva, a chi passava, a COME la gente passava, a chi invece si fermava; ho cercato di carpire dai discorsi che sentivo, anche di sfuggita, informazioni sul posto, su cosa pensa la gente, sia autoctona sia alloctona, di questo luogo che così tanto è cambiato negli ultimi anni (è stato infatti appena aggiunto un sottopasso che collega la metro alla stazione e che ha rappresentato occasione per il Comune di sistemare e abbellire, almeno secondo le intenzioni iniziali, la zona di Lambrate).

    La ricerca mi ha in sostanza permesso di guardare con più attenzione a come viene vissuto il luogo, per questo ho scattato anche delle fotografie (anche se fare le foto non rientrava nel mio compito di ricerca): per provare a fissare dei particolari, per mettere in risalto l’estrema mutevolezza di un luogo che sembra sempre uguale. Ho potuto riflettere infatti sul fatto che Lambrate cambia faccia più di quanto appaia, perché cambiano le persone che ci passano, cambiano i discorsi che si sentono, cambia il contesto in cui si vive ogni giorno, cambia anche quello che sembra immobile (per esempio in giorni diversi le bancarelle del mercatino cambiavano esposizione, o addirittura posizione). Il lavoro di gruppo aiuta poi, per definizione, il confronto ed il dialogo: anche questo è stato un elemento di ricchezza in quanto ha permesso di rendersi conto di quanto possa cambiare la percezione di un luogo in base agli occhi di chi lo guarda, ed ha contribuito a creare una multi-prospettiva che sicuramente non è completa e assoluta, ma perlomeno non è univoca e unidirezionale.

    In conclusione posso dire che il lavoro proposto mi è sembrato assai interessante e diverso dal solito, sicuramente ci sarebbe voluto più tempo (sia per esplorare il blog e veramente ragionare sui documenti proposti, sia per svolgere la ricerca sul campo), ma sono convinta che quello che abbiamo fatto in queste settimane è solo un inizio. Come anche il corso in generale, questo seminario ha lanciato dei semi, degli spunti di riflessione che potranno essere approfonditi ulteriormente sia in ambito universitario (e perché no, del blog stesso! In fondo quello resta sempre a disposizione..) sia fuori dall’università, per le strade, nelle stazioni, nei nostri paesi e negli occhi di ogni persona che incontriamo.. Perché credo che l’insegnamento più bello che l’intercultura mi abbia dato sia proprio quello di aprire gli orizzonti e il cuore alle esperienze che viviamo.

    Giulia Sosio

  • 2010santoro scrive:

    Questo seminario, anche se breve, è stato molto interessante. Sinceramente quando ho scelto questo tra i quattro seminari proposti dalla professoressa Giusti non immaginavo a cosa andassi incontro e pensavo che questo seminario sarebbe stato poco utile, invece fortunatamente mi sbagliavo!
    Dopo la prima lezione ho capito che non sarebbe stato un classico incontro passivo,in cui il docente spiega e lo studente ascolta, ma noi studenti avremmo dovuto partecipare attivamente al seminario, e il fatto di dover andare a osservare dei luoghi,a conoscerli meglio e a scoprire quale relazione ci fosse tra identità e luogo mi è parso subito interessante;anche se ero un po’ preoccupata perché non sapevo bene cosa dovessi fare,per fortuna abbiamo lavorato a gruppi e questo mi ha aiutato a capire meglio cosa fare confrontandomi con gli altri ragazzi.
    Io ,insieme al mio gruppo,mi sono occupata della Stazione Milano Porta Garibaldi,personalmente ho voluto occuparmi di questo luogo perché lo frequento spesso e quindi volevo vedere se un’osservazione più accurata mi avrebbe fatto scoprire cose nuove su questo luogo a me già familiare. Infatti osservando questo posto con uno sguardo diverso,più attento, ho notato che in realtà non conoscevo affatto la stazione;questo perché di solito per me è un luogo di passaggio,i corridoi che collegano i vari binari li faccio sempre molto velocemente per evitare di perdere il treno e questo,fino a questo momento, non mi aveva permesso di guardare ciò che avevo intorno. Invece il giorno del nostro sopralluogo, dato che dovevo osservare con calma la stazione e dovevo soffermarmi a osservare le persone che lo abitavano, mi sono resa conto di quante persone diverse ci fossero,vi erano anche pendolari stranieri che come me freneticamente usano la stazione come luogo di passaggio. Proprio per questo motivo,ritrovandomi a dover pensare se ci fosse una qualche relazione tra identità e luogo, mi sono resa conto che questa relazione non è molto presente,è più un luogo di passaggio,la maggior parte delle persone permane in stazione il tempo necessario per prendere il treno o per uscire dalla stazione. Certo anche in questo modo identità e luogo si legano in quanto se qualcuno si ritrova a vivere abitualmente questi posti,anche se non si sofferma più del tempo necessario per prendere il treno, si crea un legame con questo spazio,lo vive a suo modo,lo fa proprio. Nonostante questo credo che, per questo caso specifico, non vi sia comunque una forte relazione come ci potrebbe essere per altri luoghi che vengono vissuti con maggiore intensità.
    Questa esplorazione e il seminario in generale mi hanno arricchita in quanto ho capito che a volte dovrei soffermarmi di più su quello che mi circonda,anche se non ho molto tempo e sono di fretta; inoltre mi ha confermato un fatto che già pensavo e cioè che gli stranieri fanno parte della nostra società e se trattati con rispetto e senza pregiudizi possono integrarsi senza problemi.

  • 2010simeone scrive:

    Ho scelto il seminario sui blog perchè mi sembrava il più interessante tra quelli proposti, visto la possibilità di affrontare la tematica dell’intercultura tramite strumenti innovativi come può essere il blog. All’inizio mi aspettavo un lavoro diverso centrato un po più sull’aspetto tecnico del blog (sempre affrontando l’argomento dell’intercultura), ma alla fine del seminario posso comunque ritenermi più che soddisfatto. Il lavoro che mi ha visto impegnato sul Parco Trotter mi ha arricchito molto. Abitando fuori Milano mi era completamente oscura l’esistenza del parco stesso, il lavoro sul campo, ossia esplorazione del parco e interviste (nel caso specifico al signor Dino Barra) mi ha fatto capire quanto sia bello il lavoro che stanno svolgendo, al fine di rendere sempre più integrati i bambini di diverse nazionalità (ma soprattutto le loro famiglie), essendo Parco Trotter all’interno di quella che è la zona di via Padova, ricordata soprattutto (e purtroppo) negli ultimi tempi soltanto per gli episodi di cronaca nera. Le attività e le iniziative svolte nel tempo libero sono in questa realtà assolutamente primarie per un tentativo di buona integrazione e la speranza che la realtà del Trotter si estendi innanzitutto al contesto di via Padova e che poi si espandi sempre di più, affinchè milanesi e immigrati possano divenire sempre più un corpo unico sentendoci tutti italiani

  • 2010rossi scrive:

    Personalmente ho trovato il seminario un’esperienza molto positiva: con il mio gruppo sono stata in Viale Ungheria.
    Ad essere sincera non ero molto contenta della scelta del luogo, ritenuto molto pericoloso per i non residenti; avevo un po’ di timore. Tuttavia, superata la paura, ho avuto modo di cambiare e giudicare la mia prima opinione come pregiudizievole. Le interviste raccolte dimostrano come sia possibile l’integrazione multietnica; come il pericolo di camminare per queste via sia lo stesso che negli altri quartieri di Milano. Le fotografie purtroppo, mostrano la non curanza del comune: è prassi trovare autovetture parcheggiate sulle strisce pedonali e in altre zone a sosta vietata. Ancor più evidente è il menefreghismo delle autorità: la microcriminalità è un grave problema che colpisce direttamente Viale Ungheria, ma gli abitanti non ne sono orgogliosi, il problema è la mancanza di forze dell’ordine. A mio malgrado devo ammettere che la fama di questo Bronx del nord è frutto di un pessimo lavoro politico, incredibilmente controbilanciato dalla convivenza pacifica di diverse etnie, sostenute, in parte, dalla parrocchia. Un bell’esempio di civiltà, al quale la città di Milano dovrebbe porgere la mano per costruire una realtà nuova, a dispetto delle politiche xenofobe.

  • 2010zerbino. scrive:

    Ho trovato molto interessante questo seminario.
    Ho capito come una fermata di un autobus o una stazione ferroviaria siano luoghi di socializzazione e di ritrovo,inoltre grazie a questo seminario ho capito come affrontare un lavoro di gruppo e quanto sia importante l’osservazione prima di giudicare.
    Grazie a questo lavoro ho avuto la possibilità di ascoltare la storia di una signora immigrata.
    Questa testimonianza mi ha fatto capire quante problematche possono incontrare queste persone,tra cui :la lingua,l’integrazione,il crearsi una nuva identità.
    Ho scelto questo seminario prorio perchè tutte queste tematiche venivano riprese tramite dei blog, dove si potevano aprire discussioni e trovare diversi pensieri.
    Penso che questo seminario mi sia servito per far crescere la mia esperienza , mi ha fatto capire quanto sia importante il dialogo e l’apertura verso una cultura diversa dalla propria .
    Questo seminario non solo mi ha arricchito ma mi ha trasmesso molte emozioni

  • 2010mastantuoni scrive:

    Inizialmente, quando ho letto i diversi tipi di seminario, ero un po’ perplesso perchè non avevo molte informazioni per poter decidere quale di questi avrei potuto scegliere. Alla fine ho deciso di optare per quello sul blog, questo perchè ho trovato molto interessante il tentativo di conciliare una parte di modernità, quale il blog, e una materia come l’intercultura al quale mi sono approcciato quest’anno per la prima volta.
    Da questo seminario ho trovato molti spunti di riflessione che con il semplice corso non avevo ben afferrato, soprattutto il lavoro sulle diverse zone della città, ho trovato molto interessante il contatto diretto con le varie realtà ed i diversi posti.Parlando per la mia esperienza personale (ho visitato Piazza Selinunte, Via Tracia e la scuola Radice) ho notato che molti elementi se visti con un’altra prospettiva possono risultare davvero interessanti, ad esempio un punto che ho trovato davvero curioso è stato quello riguardante il murales sotto la torre di piazza Selinunte, passando di li per caso si potrebbe pensare che sia un semplice disegno, ma in realtà rappresenta l’identità degli abitanti, infatti è stato proprio scelto da essi.
    Spero che questo corso possa aiutarmi a capire che a volte quelle persone che troppo spesso vengono visti da noi italiani come “loro”, siano in realtà persone come noi che semplicemente si trovano in una diversa situazione, a loro estranea, e questo li porta a volte ad estraniarsi per recuperare un’identità che possono sentire minacciata.

  • Ilaria scrive:

    Relazione di : Ilaria Lagatta
    Gruppo di lavoro: Corvetto -Via Bernardo Quaranta

    Quando mi sono iscritta a questo seminario, immaginavo un altro tipo di lavoro. Credevo che ciò che ne derivava sarebbe stato un insegnamento su come creare un blog usato come sistema al fine di approfondire, comunicare tra noi, riflettere su questo crocevia di culture che inevitabilmente e quotidianamente ci coinvolge.
    Il lavoro proposto invece è stato completamente differente: identità e culture, osservare, capire,conoscere…io l’ho interpretato così.
    Il compito si basa sul vivere una realtà magari molto distante dalla propria per superare i limiti che questa società spesso ci inculca, riflettere su questo e superare le barriere culturali e la diffidenza della maggior parte di noi.
    Ho trovato questo seminario molto interessante soprattutto dal punto di vista umano. Mai prima d’ora avrei pensato di avvicinarmi così tanto a culture diverse dalla mia, di provare a conoscere le loro storie, di guardare con i loro occhi…
    Se non mi fosse stato proposto come lavoro, probabilmente non avrei mai vissuto un’esperienza di questo genere.
    E’ stato utile poichè mi ha permesso di osservare, di capire come queste persone riescano o no ad integrarsi in un paese straniero.
    Dopo aver svolto il lavoro assegnato posso fare un commento su quanto ho potuto notare.
    Io e le mie compagne siamo entrate in contatto con la realtà di via Bernardo Quaranta (zona corvetto). Qui la maggior parte delle persone incontrate erano evidentemente di nazionalità diversa; chi marocchini,chi arabi, chi cinesi… il modo che hanno di relazionarsi con chi è diverso da loro è comprensibile: sono diffidenti. Fanno fatica a comunicare, non vogliono aprirsi con chi non conoscono, non vogliono farsi fotografare .Per fortuna c’è anche chi riesce a rapportarsi con chi è diverso senza difficoltà.
    Un ottimo lavoro soprattutto per se stessi, un lavoro di crescita interiore da riproporre sempre e che sono sicura riceverà ottimi riscontri.

  • 2010restocchi scrive:

    CONTRIBUTO FINALE
    Personale Riflessione sul Seminario – “Blog”

    Inizialmente, quando dovetti scegliere a quale dei seminari proposti partecipare, ero stata incuriosita dal seminario relativo al blog; e pensai: essendo abbastanza pratica e disposta a acquisire tutto ciò che riguarda il computer, in questo caso internet e i blog… perché no?
    Dalla breve presentazione mi è sembrato molto interessante e particolare, quindi scelsi questo, già convinta di aver capito su cosa si andasse a costruire ed elaborare.
    Ma non fu cosi, anzi, tutto l’opposto!
    Rimasi un po’ delusa… credevo di poter imparare a realizzare realmente un blog partendo da zero; ma devo ammettere che l’idea di fare intercultura attraverso l’uso di un blog mi aveva davvero affascinato.
    Quindi, dopo questa delusione iniziale ed un breve momento di confusione su come si sarebbe realizzato il lavoro; devo dire che mi sono ricreduta.
    Grazie a questo seminario (ed anche in generale al corso di pedagogia interculturale), per la prima volta, ho provato a sviluppare una sorta di “empatia” verso colui che è straniero e mi sono accorta di come non sia per nulla semplice affrontare tutte le varie situazioni che gli si presentano davanti all’interno di un nuovo ambiente.
    Dopo questo mio momento di riflessione; anche la ricerca sul campo, il raccogliere dei dati e del materiale nel luogo che abbiamo scelto (ossia porta Garibaldi) mi ha fatto capire e constatare di persona determinate cose e situazioni; soffermandomi in modo particolare ad osservare la relazione che intercorre tra identità e luoghi.
    Questa relazione, in effetti, non è molto evidente e molto spesso non ci rendiamo abbastanza conto della sua esistenza che invece, secondo me, è molto forte.
    Quando una persona compie una determinata azione in un determinato luogo e in un determinato momento… probabilmente non sarebbe più la stessa, se non fosse avvenuta in quel determinato momento ed in quel determinato luogo.
    Inoltre, a mio parere, la relazione identità-luoghi è davvero sorprendente… perché ad ogni luogo, anche a quello più impensabile, può essere molto importante per la vita di una persona, perché legato ad una azione come dicevo prima od a un particolare ricordo, anche quello sempre determinato da una azione; e parlo per esperienza personale oltre a quello che ho potuto osservare.
    Nella nostra vita, ognuno di noi ha avuto l’opportunità di far proprio almeno un luogo, anche solo per un secondo… ognuno sempre in un modo diverso, con la propria personalità ed identità; contribuendo a lasciare una piccola traccia di sé, che si incontrerà successivamente con altre.
    Ed è cosi che vi è la presenza di una relazione tra identità e luoghi… involontariamente qualcosa di noi stessi rimane nei posti che attraversiamo e come credo che essi lascino a noi qualcosa di importante.
    Partecipare a questo seminario è stato, per me, molto costruttivo perché innanzitutto mi ha fatto notare come da un lavoro di questo tipo possano emergere diversi punti di vista rispetto al tema dell’immigrazione e dell’intercultura.
    E’ stato bello scoprire questi punti di vista, grazie al confronto con persone con culture e abitudini completamente diverse.

    FRANCESCA RESTOCCHI

  • 2010longoni scrive:

    Mara Longoni
    Gruppo di lavoro: DUOMO

    Devo dire che l’idea che mi ero fatta inizialmente riguardo a questo seminario non era come poi in realtà si è rivelato;non è semplice sicuramente affrontare il tema dell’integrazione e dell’identità culturale,avevo come l’impressione che fosse un argomento troppo ampio e soprattutto ben troppo complesso per essere affrontato in così poco tempo,ma devo dire che in questi due incontri e soprattutto nel lavoro sul campo,mi sono resa conto che non solo è stato molto interessante ma soprattutto utile e veramente stimolante.Il primo incontro ci è servito per circoscrivere il tema che,come detto prima,è ampissimo e non affrontabile in così poco tempo;nella ricerca sul campo,poi mi sono realmente resa conto di quanto sia difficile e traumatico adattarsi alla vita di un altro paese;mi ha colpito come questa gente,nonostante si senta catapultata in una realtà che non è la loro,reagisca positivamente e apprezzi anche le piccole cose. A volte l’ignoranza e la paura del diverso porta all’emarginazione di queste persone che in realtà hanno moltissimo da insegnarci,a partire dall’apprezzare quello che abbiamo,come per esempio gli affetti vicini (cosa che loro non hanno).
    Mi è piaciuto il modo in cui si è affrontato l’argomento,l’unione tra tecnologia e realtà;mi sono resa conto,anche attraverso le interviste che ho avuto la possibilita di fare sul campo,che molte cose non le sapevo o meglio,non le tenevo in considerazione.Ho avuto la possibilità di vedere la realtà da un altro punto di vista,dal punto di vista della parte più difficile ma che nonostante tutto riesce a sorridere per una semplice giornata di sole,pur portando negli occhi una profonda tristezza.Da questa esperienza penso che ognuno di noi ne sia uscito arricchito,di esperienza,di informazione e di emozioni.

  • 2010vessia scrive:

    Milano, 17 gennaio 2011

    Relazione di : Ilaria Micol Vessia
    Gruppo di lavoro: Milano – Lambrate

    RIFLESSIONE PERSONALE SUL SEMINARIO “BLOG – PROF . SSA LUGARINI”

    Partecipare a questo seminario è stato molto interessante e costruttivo perché innanzitutto mi ha fatto notare per la prima volta come da un lavoro di equipe possano emergere diversi punti di vista rispetto al tema dell’immigrazione e dell’intercultura.
    Avendo svolto l’esplorazione sul campo in più momenti, sono rimasta piacevolmente stupita di come ognuno di noi abbia colto differenti aspetti rispetto a come vivono gli immigrati la realtà di Milano Lambrate e di come anche noi italiani percepiamo il cambiamento di questo territorio.
    Ad esempio, sentendo alcuni milanesi residenti nella zona, è particolarmente evidente di come ognuno viva in maniera diversa il fenomeno dell’intercultura: dal signore più aggressivo che prova un grande risentimento nei confronti degli extracomunitari, alla signora più nostalgica che ricorda ancora qualche piccolo negozietto che ha dovuto chiudere per fare spazio a quelli nuovi introdotti dai cambiamenti interculturali.
    Nelle interviste che abbiamo realizzato ad alcuni stranieri mi viene da dire che sono emersi degli aspetti più comuni rispetto ai primi tempi del loro arrivo a Milano, di come vivono la zona di Lambrate e il loro tempo libero: la difficoltà di imparare una nuova lingua, di trovare lavoro, di mandare i propri figli a scuola, di essere in regola con i documenti, il ritrovo al parco la domenica per lo più con amici provenienti dal medesimo paese, degli affetti che mancano del proprio paese, del poco tempo libero che hanno a disposizione poiché molti di loro si dedicano principalmente al lavoro e alla famiglia.
    Nella mia piccola esperienza ho avuto la sensazione di poter comprendere lo stato d’animo di queste persone perché anch’io ho avuto un passato da migrante: qualche anno fa, infatti, per motivi di lavoro ho trascorso tre mesi in Germania e non è stato semplice affrontare la conoscenza della cultura tedesca seppur occidentale, ancora di più è stato difficile affrontare la cultura indiana quando ho deciso di fare un’esperienza missionaria. Lì era veramente tutto diverso: persone diversissime, cibo e odori diversi, clima diverso, lingua per me incomprensibile. All’inizio mi sono mancati completamente i miei punti di riferimento, ma poi ho cominiciato ad abituarmi al mio nuovo stile di vita.
    Credo che questo seminario sia stato utile anche per dimostrare come la barriera dell’intercultura possa essere abbattuta attraverso un nuovo mezzo tecnologico come il blog che davvero ci consente di arrivare ad ogni parte del mondo. Trovo che il binomio blog – intercultura sia assolutamente vincente perché è un nuovo approccio dialogico tra le differenti popolazioni di ogni continente, ed è quindi uno strumento che va utilizzato con estrema intelligenza.
    E poi mi ha fatto vedere veramente con occhi completamente diversi e più vigili di come si stia trasformando la realtà sul mio territorio. Penso che ormai non possiamo più abbassare lo sguardo e dobbiamo prendere atto che la convivenza multiculturale fa parte di noi a tutti gli effetti. Molte volte si è tentati ad avere un pregiudizio nei confronti del “diverso” (a questo proposito, mi ha fatto molto piacere sentire durante il secondo incontro alcuni miei colleghi esprimere il fatto che erano partiti con dei preconcetti che sono stati in alcuni casi letteralmente stravolti in senso positivo durante l’esplorazione sul campo e colgo l’occasione per ringraziarli perché il dibattito si è dimostrato assolutamente arricchente e stimolante sotto questo profilo), ma sta a ciascuno di noi mettere il proprio contributo affinché si possa realizzare una comunità sempre più civile tra noi e i nuovi stranieri che arriveranno. Io voglio credere che un giorno tutto questo possa accadere.

  • 2010rusciano scrive:

    Vivo in viale Monza da ormai cinque anni, pertanto l’esperienza sul campo, vissuta nel Parco Trotter, ha avuto per me un significato molto particolare. Ricordo ancora il periodo in cui mi ero appena trasferito, di come, nonostante fossi perfettamente integrato in questa città, provassi una certa paura e soggezione verso questa zona. Era il periodo delle inchieste di “Striscia la notizia” sul traffico di droga; il periodo dell’enorme cassa di risonanza suscitata da articoli giornalistici -in parte veri ed in parte pompati- nelle menti delle persone. Accoltellamenti, disordini, stupri del branco… erano il leitmotiv non poi tanto lieto che turbava queste zone, contribuendo ad incrinare la convivenza che qui ha luogo tra persone provenienti da praticamente ogni parte del mondo. Capitava, purtroppo capita ancora, di rincasare e trovare nella cassetta della posta volantini dai titoli del tipo: “Noi siamo persone per bene! Cacciamo gli stranieri da queste strade”. Certo, ci sono anche raduni cittadini nei cortili delle case di ringhiera- dove l’argomento principale è la ricerca di un cammino comune di integrazione tra italiani e stranieri- tuttavia è difficile non percepire una sorta di tensione che ogni tanto spunta fuori. Ricordo di aver perfino provato quella sensazione di dispersione cui il nostro libro allude con la metafora del labirinto. Parliamo di un luogo che di giorno sembra mostrare il lato migliore, fatto di starlet che prendono il caffè di fianco ai loro agenti che qui hanno gli uffici, mentre di notte necessita la presenza di camionette delle forze dell’ordine. Mi perdevo in quel miscuglio di differenze, lingue e negozi italiani misti ad altri stranieri. La paura che qualcosa di brutto potesse capitarmi faceva il resto. Il punto è che in realtà, come ho poi capito, tutto era nella mia testa: non che non ci sia alcun pericolo, semplicemente c’è ma non nella misura amabilmente descritta dalla stampa. Un po’ come diceva Hitchcock: “Ci sono più fantasmi nella testa di quanti ve ne possano essere, eventualmente, in una casa stregata”. Un po’ con l’autoironia, un po’ con il semplice passare del tempo, questa mia specie di blocco verso queste zone è sparito. Prima, tanto per dirne una, i miei vicini erano degli “egiziani”, termine non razzista in sè per sè, ma che, credetemi, era pronunciato in un modo tale da racchiudere tutta quella sfera di sfiducia, paura e conseguente odio immotivato e sottile. Adesso i miei vicini hanno tutti un nome, un lavoro e tutta una serie di pensieri che condividono quando ci capita di chiacchierare… non riesco neanche a fare due passi fino ad un paio di numeri civici di distanza senza salutare qualcuno: il negoziante del kebabbaro, il pizzaiolo cinese, il commesso italiano del negozio di scarpe all’angolo e così via. Mi sorprende, ma giusto un po’, sentire di come ci si riferisca a questa zona come “periferia degradata di Milano”. Non so se è ignoranza, superficialità o altro: parliamo di un luogo che dista due minuti scarsi di metro dal Duomo, un luogo in cui qualunque appartamento aumenta costantemente il suo valore di mercato e così via…
    Cosa c’entra la mia esperienza di integrazioen con il Trotter vi starete chiedendo… bè c’entra eccome. Alla fine resti così tanto in un posto da innamorartene, un po’ come me in queste zone. Però non passi sopra ai suoi difetti: non puoi fingere, non posso fingere che qui tutto vada bene. La delinquenza è nè più nè meno quella che trovereste in qualunque altro luogo, a patto che abbiate girato abbastanza, ma l’integrazione scarseggia. Impossibile non notare la diffidenza reciproca tra italiani e stranieri. Il Parco Trotter c’entra perchè, una volta varcato, sembra quasi di trovarsi in un mondo ideale, anche se questo stato di cose dura quel tanto necessario alle persone per prendere i propri figli e portarli a casa. Vedere, per esempio, genitori di diversa provenienza scambiare quattro chiacchiere lungo i viali alberati che portano alla scuola dei figli mette una strana sensazione, un misto di coraggio e speranza verso il futuro. Poi c’è il discorso del rapporto identità-luoghi. In quel frangente, io sono riuscito da solo ad integrarmi, a prendere confidenza con questi luoghi, a non averne paura. Però non funziona per tutti ed è bello vedere che c’è un luogo in cui molta gente presta gratuitamente il proprio tempo perchè ciò avvenga. Vi basterà ascoltare il discorso del sig. Dino Barra per rendervi conto di come basti un luogo e la cura che in esso si presta per migliorare le condizioni di vita di altra gente a farti sentire radicato nel territorio. Per lui è un impegno che l’ha sempre aiutato a sentirsi attivo nel territorio, a sentirsi in fine milanese, anche se non lo è. Ecco, a costo di essere ironico (perchè in effetti questo post è un po’un papirone), direi che il succo del discorso, e quindi del progetto, è: fiducia.

  • Valentina Pagnozzi scrive:

    Inizialmente ,quando ad ottobre dovetti scegliere quale dei seminari proposti frequentare ,ero davvero indecisa ,perchè all’apparenza e dalla breve presentazione ,mi sembravano tutti belli e interessanti nella loro singolarità.
    Poi il mio occhio si soffermò su quello relativo al blog e pensai:pensai che non essendo molto pratica di internet molto probabilmente sarei andata a complicarmi la vita ;dall’altra parte però pensai che gli ostacoli individuali e della vita vanno superati ,o almeno ci si prova e poi devo ammettere che l’idea di usare un blog per fare intercultura mi aveva incuriosito abbastanza.Fu così che lo scelsi.
    Ora a seminario concluso ,posso dire di aver fatto la scelta giusta,perchè mi ha arricchito in due modi diversi :da un lato ho avuto modo di conoscere con calma e tranquillità l’universo del blog,dall’altra ho compreso sul campo l’interconnessione tra identità e luoghi.
    Mi ha colpito molto ,il fatto che il blog,come tutte le tecnologie,faccia parte di quella che Lévy definisce”INTELLIGENZA COLLETTIVA”e quindi è fonte di formazione individuale, perchè hai l’opportunità di esprimere le tue opinioni liberamente ,dando la possibilità, anche a chi è più timido,come nel mio caso,di farlo;inoltre è anche fonte di scambio reciproco ,e questo per me è fondamentale,perchè nel momento in cui vi è lo scambio, c’è crescita,c’è formazione e s’impara che la critica ,o meglio “i punti di vista dell’altro”non sono mai qualcosa di negativo, ma spunti importanti per poter riflettere e quindi crescere.
    Attraverso il blog,ed in particolare grazie alla visione di filmati ,e all’ascolto di file audio ho riflettuto e pensato su argomenti molto concreti e che mi riguardano da vicino come:stereotipi,pregiudizi,integrazione,spaesamento,isolamento e INTERCULTURA.
    A proposito di quest’ultimo ho capito che “FARE INTERCULTURA”non significa solo mettersi in contatto e incontrare altre culture,etnie,religioni, ma anche incontrare il simile che allo stesso tempo è diverso da noi, è altro da noi.
    Grazie al progetto che ci è stato assegnato ho avuto modo di riflettere su atteggiamenti e gesti quotidiani che molte volte si assumono per scontati e ovvi.
    Camminando e ri-attraversando la Stazione Centrale ho potuto soffermarmi su oggetti ,persone,luoghi,che fino quel momento non avevo mai notato sia per la paura che per la fretta con le quali ho sempre transitato in stazione ;l’ho guardata con uno sguardo nuovo e attento , e ho visto,grazie anche allo sguardo altrui ,che non esiste solo il negativo di quel luogo, ma anche e fortunatamente,il positivo ,e a questo punto credo di poter dire che, se non ci fosse stato il negativo,forse non sarebbe nato il positivo.
    In questo breve ma intenso percorso ho sperimentato su me stessa ,quella “PAZIENZA” di cui ci ha parlato M.Giusti nel suo libro”Formazione e spazi pubblici”e devo ammettere che è stato difficile per me che sono un po’impaziente sia con me stessa che nei confronti della vita, però è stata una grande conquista per il mio percorso di crscita.
    Sul campo di ricerca ho compreso l’interconnessione tra identità e luoghi:nella vita quotidiana sono davvero tanti i luoghi che frequentiamo e incontriamo,il particolare che molto spesso sfugge è che quegli stessi luoghi sono frequentati da tantissimi altri individui.
    Ciò che voglio dire è che in quei luoghi l’identità si forma ,si rafforza,si arricchisce,grazie agli altri e al luogo stesso:ognuno di noi abita e vive quei luoghi,siano essi stessi di sosta,transito,svago,lavoro e in essi porta sè stesso,la sua identità ed è proprio in quel momento che avviene la crescita e anche il luogo stesso si arricchisce ,”noi formiamo il luogo e per processo inverso il luogo forma noi stessi”.
    E’certo che “C’è bisogno di tempo se si vogliono esplorare i luoghi”come afferma Paci e credo anche che ci sia bisogno di tempo per apprendere proprio da quei luoghi.
    Ho imparato una cosa fondamentale: a guardare la vita in generale con uno sguardo nuovo e attento e a domandarmi il perchè delle cose senza darle per scontate e ovvie ed a questo proposito posso dire che il mio sguardo sulla Stazione Centrale è in fase di cambiamento; non posso dire con assoluta certezza che sono più tranquilla nell’attraversarla quotidianamente,però posso dire che il mio sguardo sta cambiando ,riuscendo a far convivere accanto al negativo anche il positivo.E’un processo lento che richiede TEMPO e PAZIENZA!
    Credo di potermi rispecchiare nel pensiero espresso da Thoreau:”Solo camminando si può capire la bellezza dei luoghi .Camminando il viaggiatore allarga lo sguardo sul mondo ,immerge il suo corpo in una nuova condizione .Si scopre il bello e il negativo”tutto questo è ciò che ho sperimentato all’interno del percorso di gruppo e individuale,oltre a capire che ,secondo me, non esistono i NON-LUOGHI,come li definisce Augè,ma esistono LUOGHI,in cui ciascun soggetto non “Svanisce”, ma ,si relaziona,si incontra con l’altro e con il luogo stesso arricchendosi sempre di più.
    In conclusione ci tengo a ringraziare la dott.ssa Lugarini e la prof.ssa Giusti per avermi dato un ulteriore oppurtunità di crescita e formazione individuale.

  • tommydesty scrive:

    All’inizio di questo percorso ero rimasto molto deluso. Nella mia testa, pensavo che in un seminario sui blog ,il nostro lavoro si sarebbe principalmente sviluppato in ambiente informatico e che il blog sarebbe stato realizzato da noi partendo da zero.
    Dopo questa iniziale delusione ed un momento di smarrimento in quanto non capivo, come realizzare il lavoro devo dire che mi sono ricreduto.
    La ricerca sul campo, la progettazione, lo scrivere appunti e parlare con persone che non conoscevo è stato meno difficile di quanto pensassi.
    Il luogo che abbiamo scelto, ossia porta Garibaldi, è un luogo che, io, in passato conoscevo molto bene in quanto lo frequentavo per spostarmi per motivi di lavoro.
    Vederlo così cambiato in meglio, rimodernato pulito controllato, mi ha reso molto felice.
    La tesi che abbiamo formulato: ossia, in principio che gli stranieri fossero diminuiti, e alla fine della ricerca , che la percezione degli stranieri fosse cambiata; deriva appunto dalla mia esperienza passata in stazione.
    la stazione(3/4 anni fa), che io mi ricordo era un posto poco pulito, poco controllato. Gli stranieri erano molti, ma non entravano in stazione solo per viaggiare, molto spesso la usavano come rifugio per dormire, per chiedere l’elemosina o per incontrarsi a bere.
    Ora che la stazione è più controllata e che, in vista dell’expò , ha subito questo cambio estetico, le persone straniere che la frequentano sono in qualche modo sono cambiate. Ci sono ancora moltissime persone straniere ma la loro percezione è diminuita si notano di meno perché non riflettono più lo stereotipo dello straniero.
    Questa riflessione sulla percezione dello straniero è il punto di arrivo della ricerca. Perché percepiamo lo straniero, è la domanda da cui dovrebbe partire un’altra ricerca successiva a questa.
    Perché percepiamo lo straniero?
    Di sicuro in una società sempre più multiculturale come la nostra , non possiamo affermare che percepiamo lo straniero dai suoi tratti somatici, dal colore della sua pelle, o dalle sue abitudini diverse dalle nostre.
    Chi direbbe mai che la Belen ( showgirl televisiva) è un’immigrata?
    Quando le persone parlano di stranieri, parlano di quelle persone (come le donne dell’est o africane) che sono in una fase” di mezzo”. Questa fase le vede combattute tra un nuovo paese con nuove usanze come l’Italia che le attrae, dove hanno scelto di vivere; e la loro cultura, la paura di perdere la propria identità il desiderio di tornare al paese d’origine.
    Questo fase di mezzo porta queste persone a decidere di non integrarsi.di vivere in una sorta di “auto ghettizzazione”
    Per il corso di scrittura che stiamo frequentando al sabato ho letto il libro di Agotha Kristof “ l’analfabeta”. In questo libro autobiografico l’autrice racconta la sua infanzia e successivamente la fuga dal suo paese per giungere nella svizzera francese. Alla fine del libro scrive di un episodio molto interessante che cito di seguito:
    “un giorno la mia vicina di casa mi dice: ho visto una trasmissione televisiva sulle donne straniere che fanno le operaie. Lavorano tutto il giorno in fabbrica e la sera si occupano della casa e dei figli.
    Io dico: è quello che facevo io, appena arrivata in svizzera.
    Lei dice: ma loro per di più , non sanno nemmeno il francese:
    Neanche io lo sapevo.
    La mia amica è seccata. Non può raccontarmi la storia impressionante che ha visto alla televisione sulle donne straniere che fanno le operaie. Ha dimenticato così bene il mio passato che non riesce più a immaginare che anche io ho fatto parte di quella categoria di donne che non conoscono la lingua del posto, che lavoravano in fabbrica e che la sera si occupano della famiglia.”
    Agotha è un’immigrata, ma questa sua caratteristica viene dimenticata dalle sue stesse amiche svizzere perché sceglie , nel suo percorso, che la svizzera sarebbe diventata la sua patria e decide di integrarsi autonomamente partendo dall’aspetto più necessario: la conoscenza della lingua.
    Un ultimo commento invece riguardante il blog. Il blog è uno strumento potente facile ed accessibile a tutti, purtroppo per come l’abbiamo usato in questo caso è diventato solamente una pagina per mostrare i propri lavori,privo di opinioni personali.
    Non dico che non ci sono opinioni personali sui video, ma non si è creata quella intelligenza collettiva di cui avevamo parlato nel primo incontro.
    Per testare questa cosa ho pubblicato, tempo fa un commento sotto i video dell’aquila. Questo commento, era un commento” tipico da bar” e giustamente poteva e doveva essere commentato/ criticato.
    Purtroppo con mio grande rammarico ho visto, che nessuno ha reagito a questa mia provocazione.
    Thomas Magli

  • 2010tiraboschi scrive:

    Grazie a questo seminario ed in generale a tutto il corso di pedagogia interculturale,per la prima volta mi sono messo nei panni dello straniero e mi sono accorto di come non sia per niente facile la sua situazione.
    Nell’ultima parte del corso ci siamo soffermati in modo particolare ad osservare la relazione tra identità e luoghi. Questa relazione non è molto evidente, infatti spesso non ci rendiamo conto della sua esistenza, invece, secondo me, è fortissima. Le azioni che uno compie durante la sua vita sono immerse in un certo spazio e questo è fondamentale ed è strettamente collegato all’azione stessa. In parole povere un’azione non sarebbbe la stessa, non esisterebbe forse, se non avvenisse in quel determinato luogo ed in quel deteminato momento.
    Oltre a ciò, la relazione identità-luoghi è davvero sorprendente perchè ogni luogo, anche quello più impensabile, può essere molto importante per la vita di una persona. Ci sono degli ambienti che sono palesemente significativi, ad esempio la scuola, dove un ragazzo cresce e forma la sua identità, o il parco dove si ritrova con i suoi amici. Oltre a questi esistono dei posti che magari per noi sono solo dei non-luoghi, come ad esempio le stazioni ferroviarie o della metro, oppure alcune piazze. Io ho svolto la mia osservazione fenomenologica alla stazione di Lambrate e, come mi aspettavo, per molte persone questo posto è solo un luogo di passaggio,per altre invece rappresenta l’ambiente in cui hanno concentrato un po’ della loro identità, come per esempio i baristi del bar della metro e i loro clienti fissi, o i venditori ambulanti appena fuori la stazione. Queste persone non sono solo legate a qusto luogo perchè il treno o la metro li porta fino a lì, ma perchè hanno deciso, ad esempio, che l’arrivo in stazione è un momento di riposo prima di iniziare la giornata di lavoro quindi magari si fermano al bar della metro a bere un caffè. Perciò grazie a questo seminario e alla mia esperienza a Lambrate ho potuto osservare che la relazione luogo-identità è molto forte e non se ne può fare a meno, cioè è impossibile estraniarsi da un luogo, tutto quello che per noi è significativo diventa tale anche perchè accade in un determinato spazio.
    Infine questo seminario mi ha mostrato come un blog può essere un ottimo mezzo per comunicare e quindi, in un ottica di comunicazione ed educazione interculturale, questo strumento può rivelarsi estremamante utile. I siti, i forum o i blog sono mezzi che possono diventare anche educativi quando permettono un confronto di idee ed emozioni tra gli utenti, oltre che indurre spunti di riflessione importanti. Quindi uno strumento come questo, in una società votata all’individualismo estremo, una persona può trovarne altre che come lei la pensano in un determinato modo o, al contrario, può trovare qualcuno con cui poter discutere e confrontarsi.

  • 2010soliman scrive:

    Prima di iniziare questa attività di ricerca non avevo mai avuto occasione di scendere alla fermata metropolitana della linea verde di Cascina Gobba. Non conoscevo per niente il posto e non avevo assolutamente idea delle persone che lo frequentavano e di quello che potesse svolgersi ogni settimana in quel luogo.
    Nel periodo di tempo che abbiamo dedicato alla ricerca sul campo (un mese circa) mi sono recata più volte in quel posto, e ho sempre avuto la sensazione di trovarmi in un ambiente tranquillo e sereno. Nonostante ciò, camminando tra le persone che sono solite popolarlo – in modo particolare uomini e donne provenienti dall’Est Europa – spesso mi sono sentita a disagio, quasi straniera nella mia città. Ma non perché loro mi avessero dato ragione di sentirmi così, assolutamente no, son sempre stati cordiali, gentili e simpatici, ma perché mi è quasi sembrato di entrare in casa loro, nel loro mondo.
    Come emerge dalle descrizioni del luogo che abbiamo fatto a gruppo intero, il posto in cui si svolge il mercatino e da dove partono/arrivano gli autobus è molto isolato rispetto alla stazione vera e propria, forse anche per questo motivo si viene a creare un “mondo nel mondo”, ed entrandoci ho avuto l’impressione di essere continuamente osservata e giudicata. Ci tengo però a precisare che si è trattata solo di una mia impressione causata dalla consapevolezza di essere circondata da persone di altri Paesi e che, come tali, mi vedevano a loro volta straniera.
    L’atmosfera famigliare che si respira a Cascina Gobba durante il weekend è speciale. Sembra di camminare in un piccolo quartiere dove tutti si conoscono e dove, ridendo e scherzando, vivono la loro vita e fanno ciò che anche noi facciamo tutti i giorni. Una cosa che mi ha colpita in modo particolare è stata la presenza, durante il mercatino, di un parrucchiere all’aperto! Questo rappresenta, a mio parere, la loro voglia di sentirsi a casa, di ricreare un ambiente a loro il più famigliare possibile da poter condividere insieme agli altri connazionali.

    Alla fine di questa breve esperienza devo ammettere che non vedo in me cambiamenti significativi. Non ho mai avuto pregiudizi nei confronti degli stranieri. Questo forse è dovuto anche al fatto che essendo figlia di coppia mista mi è capitato, quand’ero più piccola, d’essere additata come «l’egiziana» (e so bene che questa non è una “scusa” valida, ma l’ignoranza – ahimè – è tanta!) in modo negativo. Conosco le sensazioni che si provano in questi momenti, le ho provate sulla mia pelle, e quindi non mi permetto di “categorizzare” gli altri. La mela marcia c’è in tutte le popolazioni, è ovvio, ma non bisogna generalizzare. Io non ho paura del diverso, non l’ho mai avuta e spero di non averla mai.
    Alla fine di questo percorso, quello che è rimasto impresso dentro di me è la consapevolezza che un luogo possa essere vissuto con molteplici finalità. Se per noi Cascina Gobba è una semplice stazione metropolitana, per gli esteuropei che vivono a Milano rappresenta un punto di riferimento per i nuovi arrivati, un luogo di ritrovo durante il fine settimana ma soprattutto un posto dove poter incontrare i connazionali, dove ricevere notizie dal proprio paese e dove, in qualche modo, sentirsi più a casa. Qui gli immigrati dall’Est Europa possono “ritrovare se stessi” parlando la loro lingua, atteggiandosi secondo le loro abitudini e rivivendo così un pezzo della loro patria.

  • vanessa scrive:

    2010fucci
    Ho deciso di frequentare questo seminario sul blog, perché fin da subito mi ha incuriosito il fatto che si andasse ad analizzare un concetto così ampio, articolato e complesso come l’intercultura, servendosi di un mezzo così tecnologico quale il computer. In effetti per me è stata l’accoppiata vincente, perché così i ragazzi, oltre che studiare come relazionarsi con persone di cultura diversa dalla nostra e qual’ è il giusto metodo da utilizzare per far sì che avvenga l’integrazione, hanno anche la possibilità di mettere in pratica le teorie esaminate, effettuando delle ricerche su campo, andando a scoprire e ad approfondire culture mai conosciute prima. Ciò ha fatto sì che il progetto risultasse completo e diverso da tutti gli altri, perché oltre a fare tutto questo, c’è stato anche un continuo e intenso scambio di idee, opinioni e riflessioni tra di noi e la professoressa Lugarini attraverso l’uso del blog. A mio parere il blog è stato un mezzo fondamentale per conoscerci meglio e per scoprire chi realmente siamo e le reazioni che abbiamo avuto nel vedere video apparentemente così lontani da noi e dalla nostra realtà. Anch’io, come altri, non mi aspettavo questo tipo di approccio con il seminario, mi aspettavo più un andare ad analizzare determinati blog creati da persone immigrate in Italia, dove al suo interno raccontavano il loro vissuto, le loro esperienze, i propri stati d’animo e il loro rapporto con la nuova società. Devo dire però che non sono stata affatto delusa di come si è svolto, ma anzi è stato meglio così, perché siamo stati noi a contribuire ad una costruzione di un blog, tramite le nostre impressioni, osservazioni e riflessioni. Il primo incontro, ci è servito per capire cos’era realmente il blog e cosa avremmo dovuto fare durante quel breve periodo a disposizione. Dopo aver ricevuto tutti i materiali necessari per svolgere la nostra indagine, era il nostro momento per dimostrare agli altri e a noi stessi le nostre capacità di dialogo e d’ interazione con “gli altri”. Il nostro gruppo ha scelto come luogo d’esplorazione Cascina Gobba, perché era un luogo diverso da tutti gli altri nominati in precedenza. Ci ha subito colpito perché nessuna di noi c’era mai stata prima, e quindi un’occasione in più per imparare a conoscere un luogo nuovo sotto un altro aspetto e con occhi diversi. Inoltre ci ha incuriosito la breve introduzione fatta dalla professoressa Lugarini riguardo al luogo, affermando che da lì partivano dei pullman adibiti al trasporto di persone e di merci diretti verso i paesi dell’Est Europa (Romania, Russia, Bielorussia, Moldavia..). Non si trattava semplicemente di andare a visitare il luogo per scoprire quanti immigrati ci fossero e da dove provenissero, ma si è trattato di scoprire un fenomeno rimasto ignaro ai milanesi fino ai giorni d’oggi: mostrare come gli immigrati provenienti da questi paesi sfruttassero il luogo di Cascina Gobba come strumento per ricollegarsi al proprio paese d’origine. E’ proprio qui che è entrato in gioco la relazione tra identità e luogo, ed ho capito quanto sia importante per una persona vivere e sentire proprio un luogo. Essi viaggiano di pari passo e non possono essere scissi perché si completano a vicenda; uno senza l’altro è vuoto. Dai vari sopralluoghi che abbiamo effettuato, ho potuto riscontrare che durante la settimana la stazione di Cascina Gobba è un luogo apparentemente calmo e poco frequentato, se non dalle persone che usano la stazione legata a necessità lavorative o per motivi personali. Ma a partire da venerdì, questo luogo assume una trasformazione improvvisa , perché esso durante il fine settimana si popola di immigrati che vedono Cascina Gobba come punto di ritrovo con amici e parenti, ma anche come mezzo per scambiarsi i prodotti tipici del loro paese, giunti qui attraverso dei furgoncini. Ma Cascina Gobba non è soltanto questo, perché da lì, si organizzano anche arrivi e partenze da / verso i paesi dell’Est, per permettere alle persone di ritornare nella loro terra madre. Durante questi sopralluoghi, abbiamo avuto la possibilità e la fortuna di osservare tutto ciò, e di trovarci in mezzo a loro ascoltando la lingua e di vedere anche alcune loro tradizioni. Io personalmente non mi sentivo affatto spaventata in quel contesto, certo sicuramente mi sono sentita fuori posto, ma non sono di certo loro che mi hanno fatto sentire così. Mi sentivo fuori luogo perché non capivo la loro lingua, perché erano tutti adulti ed era un posto a me sconosciuto. Quindi ora, in un certo senso, posso capire anche se in piccola parte cosa provano queste persone quando abbandonato la propria terra d’origine, e con essa anche la loro cultura, identità e gli affetti. E’ una sensazione bruttissima, di smarrimento, isolamento, d’estraneità verso tutto ciò che riguarda la nuova cultura con cui si viene a contatto e ciò provoca una specie d’annullamento della persona in quanto non si riconosce più per quello che è. Ed è per questo motivo che gli immigrati che risiedono a Cascina Gobba usano questo posto per rincontrarsi e per scambiarsi prodotti tipici, per riportare qui in Italia una piccola parte del loro paese, per mantenere vive le loro usanze, i valori, la lingua dando libero sfogo alla loro vera identità talvolta soffocata. Per questo è giusto che noi Italiani aiutiamo queste persone a rendere più facile la loro permanenza nel nuovo paese, completamente diverso dal loro, perché se ci trovassimo anche noi in questa situazione vorremmo che qualcuno facesse lo stesso, per trovare un appoggio e un punto di riferimento per aver la forza di ripartire da capo a ricostruire la propria vita. Il primo mezzo che disponiamo per far sentire la nostra accoglienza è il dialogo, e anche se non comprendono la nostra lingua, non è indispensabile parlare verbalmente, perché i gesti e i simboli sono internazionali, così che tutti possano capire ciò che vogliamo dire. Dialogo utilizzato come mezzo per abbattere le differenze che dividono due o più culture, perché alla fine siamo tutti uguali nelle nostre diversità, basta solo avere la voglia, l’interesse e la pazienza di voler osservare persone apparentemente così lontane da noi ma interiormente con gli stessi valori, amori e soprattutto la stessa voglia di scoprire ed essere accettati per quello che sono. Tutto questo lo sapevamo anche prima, solo che forse in alcune occasioni non riuscivamo a metterlo in pratica per i troppi pregiudizi imposti dalla società, ma adesso che abbiamo provato sulla nostra pelle quest’esperienza non si può più fare finta di niente, non si può ignorare ciò che ci circonda perché essi fanno parte di noi, ci completano, e se ignoriamo loro di conseguenza ignoriamo noi stessi. Come ha affermato più volte la professoressa Giusti all’interno dei suoi libri, una cultura non può rimanere statica, è destinata a causa di forze maggiori a subire delle trasformazioni nel corso del tempo, permettendo così una varietà e integrità della società. Mi ha trasmesso davvero tanto questa ricerca, perché mi ha fatto aprire maggiormente gli occhi sulle condizioni e su come vivono il luogo gli immigrati, non sempre facile, ma anzi sofferte per lo sradicamento del loro paese d’origine, anche se devo dire che nei volti delle persone che abbiamo osservato apparentemente questa sofferenza non traspariva. Forse perché questa sofferenza era celata dalla felicità di sapere che prima o poi sarebbero ritornati a casa.

  • 2010Bertamini scrive:

    Ho partecipato a questo seminario perche sono dovuta andare in giappone per un mese per cause familiari. Pensavo che il blog avrebbe facilitato la mia partecipazione in realta’l'assenza di una cinnessiine wireless a casa mi ha impedito un’attiva partecipazione. La ricerca che ho sviluppato sul campo pero’ e’ stata molto interessante. E’ stato bello scoprire un punto di vista diverso dal solito, in una terra cosi lontana da quella a cui sono abituata. Parlare con persone con culture e abitudini completamente diverse dalle mie. E’ stato interessante scoprire come i giapponesi reagiscono all’immigrazione e come gli immigrati si trovano in giappone. Mi ha molto colpito la testimonianza di Maria e Andrea, due italiani che adesso vivono a Tokyo. E’sorprendente come italiani come noi che stiamo “subendo” un’immigrazione di massa siano a loro volta immigrati, dovremmo pensarci piu spesso. Forse ricordare che anche il nostro popolo un tempo e’ emigrato in america, in svizzera ecc, ci aiutera’ a rispettare gli stranieri e trattare loro con piu riguardo perche’ anche loro sonopersone come noi.

  • cristina scrive:

    Prima di frequentare questo seminario sapevo che esistevano i blog ma in verità non avevo ben chiaro cosa fossero, in quanto, a mio malgrado, non sono molto pratica di internet. Per me questo seminario è stato una doppia opportunità, sia per scoprire ed approfondire il tema “identità e luoghi”, sia per conoscere un universo di condivisione come il “blog”. Per la prima volta ho conosciuto un modo di riflettere su temi così complessi, come il razzismo, gli stereotipi, le identità, le culture…, trovandomi a vedere un filmato o delle immagini in modo individuale, potendo pensare ed esprimermi più liberamente senza aver paura del giudizio altrui, della faccia che altre persone avrebbero potuto fare se il filmato ed il commento lo avessi condiviso con loro in modo più “concreto”. Stando io sola davanti ad uno schermo, come in questo momento, posso dire che non ho nessun influenza sui miei pensieri; questo seminario oltre a essere stato un percorso di gruppo è stato un percorso di maturazione personale, partendo da un punto di domanda che permaneva nella mia testa: “ma che cosa voleva significare identità e luoghi? Cosa avremmo fatto in questi incontri?”. Entrare a far parte del blog è stata una “spinta”, ho pensato a quanto potessi dare alcune cose per scontato; un video che mi ha colpito particolarmente è stato quello dove un ragazzo italiano doveva integrarsi in una scuola straniera, per la prima volta ho pensato alla situazione inversa. Una cosa che mi ha colpito particolarmente durante le lezioni è stata l’insegnante che non ha voluto parlare, per forza, bene dell’immigrato, ma semplicemente, anche tramite il progetto di ricerca che ci è stato affidato, voleva farci conoscere, guardare ed osservare quei luoghi che solitamente vengono collegati all’immigrazione e quindi ritenuti poco sicuri; un altra cosa che mi ha colpito è che questo percorso non si è basato su teorie, concetti ma sul vivere in prima persona un’esperienza che ci potesse mettere a contatto con qualcosa di sconosciuto, o conosciuto in parte, perché una volta trovate alla Stazione Centrale di Milano, luogo scelto per la nostra ricerca, abbiamo avuto l’opportunità di “aprire gli occhi” e guardare quella realtà in un altro modo, anche se già possedevamo delle informazioni su quel luogo volevamo osservarlo con uno sguardo nuovo, cercando di capire quali sensazioni ci provocava e come lo vivevamo, senza sapere quale fosse il risultato. Entrando ho subito notato l’architettura ed ho pensato che nel corso della storia milioni e milioni di persone si fossero fermate nello stesso punto in cui mi ero fermata io e avessero notato le scalinate o le arcate ed avessero camminato dove stavo camminando io, osservando la folla che partiva o arrivava, sapendo di avere vite diverse, etnie diverse e religioni differenti, in quel momento stavamo condividendo quel luogo.
    Tutti noi abbiamo avuto l’opportunità di far nostro quel luogo per un istante, ognuno in modo diverso, con la propria identità ha contribuito a lasciare una piccola traccia della sua presenza che si intreccerà con altre senza mai né perdersi né dissolversi. Ed è per questo che vi è una relazione tra identità e luoghi perché involontariamente lasciamo un parte di noi stessi nei posti che attraversiamo e in cui sostiamo, come essi stessi la lasciano a noi, questo scambio reciproco è estremamente importante per non dimenticare mai chi siamo cosicché rivisitando un luogo potremmo rivisitare parte di noi stessi.

  • 2010DeiRossi scrive:

    PAESAGGIO, MEMORIA COLLETTIVA E IDENTITA’

    Per poter descrivere, capire e narrare uno spazio pubblico è necessario conoscerlo; attraverso un approccio visivo/percettivo siamo in grado di nominare le nostre sensazioni e di dare un significato tangibile a quello che vediamo.
    Ogni persona, istintivamente, nomina ciò che vede dandone un personale significato: è il primo passo che unisce un luogo ad una identità.
    La ricerca che abbiamo condotto e i documenti presenti sul blog ci hanno fatto capire come i luoghi, gli spazi pubblici [nella fattispecie della nostra esperienza il parco] siano legati con le identità delle persone in modo interdipendente.
    Le prime sensazioni, quelle d’impatto, molto spesso verranno modificate in funzione dell’esperienza personale e collettiva che il luogo ci farà vivere.
    Un’esempio tangibile è stato il nostro primo approccio con il parco Indro Montanelli: ” Appena arrivati nel parco siamo rimasti colpiti affascinati e anche un pò intimoriti dalla sua grandezza..” . Questa sensazione che abbiamo nominato è durata ben poco.. prendere confidenza con gli spazi, con le persone che abbiamo intervistato ma più semplicemente con tutto quello che ci circondava è stato un utile modo per poter iniziare la ricerca.
    Pensiamo quindi a chi frequenta costantemente un luogo, una stazione, una via, un parco. Questa persona si legherà in modo fisico ed emotivo allo spazio che frequenta in funzione del tempo e del modo in cui lo “usa”; ma una persona non sarà mai da sola in un luogo pubblico.
    “Gli spazi pubblici costituiscono così i luoghi dell’aggregazione, della convivialità e della vita comunitaria dove persone di diverse etnie si trovano, si aggregano, fanno gruppo o semplicemente prendono del tempo per sè” [ M. Giusti "Formazione e spazi pubblici" ]. Senza “scomodare” ulteriormente il libro di testo, in funzione della mia esperienza, ho constatato che lo spazio verde nel cuore di Milano che il parco Indro Montanelli offre è un luogo multiculturale che persone autoctone e alloctone , vivono ed “usano” a seconda delle loro rispettive esigenze.
    C’è chi passeggia, chi ascolta la musica, chi fa sport, chi lavora, chi lo visita per la prima volta, c’eravamo anche noi, studenti dell’università Bicocca che conducevamo la ricerca.
    Il parco in estate è ancora più popolato, situazioni di mescolanze etniche sono all’ordine del giorno. Basti pensare alle mamme che nel pomeriggio, una volta finita la scuola, portano i bambini a giocare, che pur non conoscendosi finiscono per dialogare tra di loro perchè si incontrano più e più volte nel corso della settimana; il ragazzo di colore che tutti i giorni espone la sua bigiotteria sulla bancarella; le famiglie straniere che si trovano al parco la domenica per prendersi del tempo libero[ per citare solo alcuni esempi].
    Le esperienze che ognuno vive all’interno di un luogo pubblico rafforzano il legame – luogo/identità – creando così una memoria individuale e allo stesso tempo collettiva fatta dei vissuti che si svilupperanno al suo interno unita alla percezione del territorio rispetto i nostri e gli “altrui” utilizzi.

    C’è un forte bisogno di RI-CONOSCERSI come persone:e quale luogo migliore se non quello pubblico per promuovere in modo naturale, spontaneo e sincero un’integrazione consapevole.

    Ottimo lo strumento del blog che permette di archiviare, consultare e discutere il materiale che insegnanti e alunni “caricano” al suo interno. Una risorsa immediata, sempre disponibile e dai contenuti aggiornabili.

  • 2010cereda scrive:

    Ho scelto questo seminario perchè,dal momento che si parla di blog, poteva essermi utile in quanto la mia idea è quella di lavorare nel campo del giornalismo e dunque essere a diretto contatto con diversi tipi di tecniche di comunicazione,tra le quali vi è anche quella del blog. Inizialmente però mi sono trovato un pò spiazzato in quanto pensavo si trattasse di un approfondimento relativo all’uso dei blog, con annesse tutte le varie tecniche e teorie relative a questo ambito. Nonostante quest’iniziale senso di “straniamento” sono arrivato ad acquisire conoscenze importanti trattando altri argomenti. Parlare così approfonditamente del concetto di interculturalità, di integrazione e di apertura verso l’altro mi ha permesso di capire molte cose, prima concepite solo in linea teorica tramite libri. La ricerca sul campo è stata un’esperienza interessante e utile per toccare con mano la realtà nella quale viviamo, quella stessa realtà che ci circonda tutti i giorni: persone di provenienza diversa,usi e costumi differenti che cercano,in un modo o nell’altro, di convivere pacificamente nel modo più sereno possibile. Da questa penso di aver portato con me concetti importanti come il rispetto e la condivisione perchè, a mio modo di vedere, sono due aspetti fondamentali per creare un universo armonico di convivenza tra persone diverse tra loro e così abbattere questo muro di pregiudizi e stereotipi che tanto male fanno all’interno della nostra società.
    Se dovessi rifare la scelta del seminario di sicuro opterei ancora su questo: è stato molto interessante e costruttivo.

  • 2010Ogbaghiorghis scrive:

    Grazie a questo seminario ho avuto la possibilità di riflettere su tematiche molto importanti che riguardano la vita di tutti i giorni ma, alle quali, frequentemente non si fa attenzione. La società in cui viviamo pone l’individuo di fronte alla relazione con il prossimo. Troppo spesso si associano aggettivi e stereotipi al colore di una pelle, alla provenienza di una persona, al suo modo di vestire e di parlare. Ci si ferma a guardare non oltre sé stessi, e non ci si immedesima nel prossimo e nelle difficoltà che può essere costretto ad affrontare per la sua diversità rispetto al luogo nel quale è inserito. Sono convinta del fatto che si debba dare la possibilità a chi si sposta dal proprio luogo di origine, e se la merita, di potersi dedicare ad un lavoro, di poter possedere una casa – simbolo fondamentale dell’identità di un individuo – e di potersi costruire un futuro in una società che tratta il prossimo come vorrebbe che fosse trattato sé stesso. Ho scritto “se la merita” perché ci dovrebbe essere rispetto da entrambi le parti, in primis per chi viene da fuori, delle leggi, di usi e costumi del Paese ospitante.
    Però devo aggiungere che non credo che basti un lavoro di gruppo per cambiare la propria prospettiva sugli immigrati, dev’essere un lavoro che va fatto giorno per giorno, nel nostro modo di comportarci, di parlare, e anche di educare chi ci sta intorno.
    Si può sempre fare qualcosa, per quanto piccolo, per migliorare ciò che ci circonda.

  • 2010Valerio scrive:

    Ho scelto di partecipare a questo seminario semplicemente per due motivi: il primo di questi è il fatto di aver trovato, fin da subito, interessante e originale l’utilizzo di un blog per affrontare questa tematica diffusa. Il secondo motivo è semplicemente perché mi piace navigare su internet, esplorare siti.
    I due incontri svolti mi hanno fatto molto riflettere sulla tematica dell’intercultura e sul fatto della volontà di integrazione da parte degli stranieri nel nostro paese, ho pensato a quali difficoltà potrebbero incontrare per riuscire ad integrarsi con autoctoni.
    Il luogo che ho scelto di analizzare e descrivere è stato via Padova. La mia decisione è stata dovuta al fatto che, nonostante io abiti vicino a Milano, non ero mai andata in questa via poiché l’ho sempre “vista” come pericolosa e frequentata da malviventi, ma dopo aver avuto l’opportunità di passeggiare per quella zona ho verificato che non è rischiosa come molti credono. Si tratta di una lunga via che si differenzia dalle altre perché popolata da un’alta percentuale di extracomunitari. Intervistando un agente immobiliare di via Padova, sono venuta a conoscenza del fatto che parecchi italiani fanno richiesta per poter acquistare una casa in quella via, nonostante l’alta presenza di stranieri; questo ha suscitato in me stupore e mi ha fatto pensare che l’intreccio di culture non è un problema per gli italiani, come spesso ci fanno credere i media.

    Grazie a questo seminario, sono riuscita a scindere pregiudizi che mi ero creata nei confronti degli immigrati, perché mi ha permesso di poter avere a che fare con la realtà dei fatti, conoscere realmente i pensieri di alloctoni. Sarebbe bello se tutti potessero riuscire ad abbondare gli stereotipi e i pregiudizi e creare un rapporto di armonia con persone appartenenti a diverse nazionalità. Di sicuro vi sarebbero meno scontri, meno violenza e soprattutto più civiltà.

  • 2010 Saldi scrive:

    Ho scelto di svolgere questo seminario per pura curiosità. Mi interessava molto infatti l’idea di usare uno strumento come un blog per “fare intercultura”. Inizialmente mi sono chiesta cosa potesse legare una ricerca sul luogo ad un blog. Devo dire però che ho imparato molto grazie a questo lavoro-progetto. Mi sono sempre ritenuta priva di pregiudizi ma in realtà ne avevo davvero molti soprattutto in relazione al luogo che avevamo scelto per la nostra ricerca: la stazione centrale. Credevo fosse un luogo deciamente pericoloso in cui passar il minor tempo possibile secondo una logica: cammina veloce e a testa bassa. In realtà poi così non è, e non è nemmeno percipita in questo modo, almeno secondo le persone da noi intervistate. Ricordo che alla prima esplorazione una delle mie compagne di ricerca, non avendola mai vista, aveva esclamato “Che bella” ed io mi ero stupita molto di quel commento. A me venivano in mente solo commenti negativi. Ovviamente non posso dire che ora sono tranquillissima quando mi ritrovo a doverla attraversare. Indubbiamente ci vuole del tempo. Ci è stato detto appunto che la pazienza è una dote fondamentale se si vuol fare intercultura. Abbiam infatti avuto modo di sperimentarlo concretamente durante la ricerca. Posso dire quindi che il mio sguardo attualmente è in fase di cambiamento, vedo la stazione non più solo come un luogo di passaggio, un veloce passaggio, ma ogni tanto mi fermo anche ad osservare il resto. Spero di riuscire a mantenere questo atteggiamento anche in generale.

  • 2010Vigano scrive:

    Ho scelto di frequentare questo seminario per fare in modo di conciliare due argomenti molto importanti, l’intercultura e l’uso delle nuove tecnologie. Personalmente, non essendo molto esperta e molto brava in materia informatica, ho potuto entrare a contatto con il blog che di solito non uso frequentemente. Trovo molto interessante l’argomento interculturalità e direi che nella società in cui viviamo oggi è necessario occuparsene. Io vivo in una zona di Milano ad altissimo tasso di immigrati, in Zona Via Padova, e in questa zona non si può non parlare di interculturalità. Anche nella via dove abito, Via Biumi, dove ho svolto la mia ricerca, il numero di immigrati è veramente molto alto. La mia ricerca mi ha portato a confrontarmi con luoghi e persone a me molto famigliari e che considero quotidiane, ma che sono comunque diverse dalla mia realtà. Le persone che ho intervistato mi hanno dimostrato di essere integrate molto bene nella zona e nella città in generale e di essere venuti in Italia e a Milano per poter migliorare le loro condizioni economiche e di vita.
    E’ molto forte il legame identità/luogo in quanto per gli immigrati è molto importante l’integrazione con il nuovo luogo e la nuova cultura, pur mantenendo, ovviamente, una parte di identità legata al paese di origine.
    Anche la lettura dei libri, il blog e gli incontri in aula si sono dimostrati molto interessanti e importanti per affrontare il tema dell’intercultura. In aula ci si è potuti confrontare, confrontare le proprie esperienze e ricerche, per fare in modo di conoscere meglio questo tema importante e riuscire a guardare la realtà con uno sguardo più consapevole. La nostra è una società multiculturale ed è importante che ognuno di noi ne sia consapevole per poter fare in modo di abbattere i nostri pregiudizi ed essere in grado di aprirsi maggiormente al diverso e alle diversità.

  • 2010Prada scrive:

    CONTRIBUTI FINALI

    Durante il primo incontro di seminario ci sono state fornite le informazioni necessarie per effettuare la ricerca sul campo. L’incontro di seminario si è focalizzato sul tema dell’identità culturale, dell’intelligenza artificiale, dell’intelligenza collettiva: essa è un continuo intrecciarsi di saperi che dà luogo ad una “comunità”, sui quartieri di Milano, quali sono a maggior concentrazione di stranieri ed inoltre si è parlato del materiale audio/video caricato sul blog e su alcuni commenti scritti all’interno. Il web dà la possibilità, anche a chi è meno espansivo, di esprimersi e dialogare dietro lo schermo. Inoltre crea un microtessuto sociale, una comunità che comunica su un argomento specifico, quale un blog sull’intercultura, la moda, l’arte ecc…Ognuno di noi, all’interno del blog, ha elargito un suo contributo, scrivendo la sua opinione su un video, uno scritto o una descrizione dei luoghi che riteneva a maggior concentrazione di stranieri. Tramite il commento di ognuno si poteva trarre ispirazione, una sorta di incipit per rafforzare la propria opinione, intavolare una conversazione o porre le basi per una “discussione”. Durante l’incontro sono state date le linea guida del lavoro: il nostro compito è stato effettuare una ricerca tenendo conto di una pluralità di strumenti e linguaggi. Tramite queste considerazioni bisogna divenire consapevoli che su un luogo si attuano comportamenti diversi e che bisogna tenere conto dei tempi della ricerca, ci vuole “lentezza” ossia più tempo per effettuarla in maniera approfondita e bisogna tenere conto del fatto che noi stessi, come sostiene Ricoeur, siamo “aggrovigliati nelle storie […] l’identità di ciascuno è mescolata a quella degli altri” “Ognuno si trova impigliato nei significati che altri creano per lui, ma anche lui contribuisce a crearne”.

    In questo percorso si è cercato di studiare gli “attori” che occupano la scena (Piazza del Duomo) che si incontrano, si scontrano, stanziano nel luogo o sono di passaggio. Sicuramente le descrizioni fenomenologiche sui quartieri e i parchi di Milano del libro della Professoressa Giusti di “Formazioni e spazi pubblici” e come vengono sfruttate le pause dagli alloctoni in “Immigrati e tempo libero” sono servite come spunto per la nostra ricerca. In particolare, partendo dalle indicazioni che ci sono state fornite, un significativo aiuto mi è stato dato dalla ricerca sui giardini Montanelli. “La nozione di paesaggio sonoro è stata formulata per la prima volta da Murray Schafer, dove proponeva di definire un paesaggio sonoro come:l’ambiente dei suoni. Tecnicamente,qualsiasi parte dell’ambiente dei suoni è considerata come campo di studio e di ricerca […] Il passaggio dalla strada cittadina al parco non comporta subito un netto cambiamento di sonorità […]I diversi suoni cominciano a cambiare e stratificarsi rispetto al rumore del traffico circostante man mano che si addentra avvicinandosi alle aree verdi, agli alberi, alle fontane e alle zone d’acqua”. [“Immigrati e Tempo Libero” Mariangela Giusti] Questo tipo di esercizio può avvalersi di luoghi in cui regni la quiete come i parchi, dei giardini, mentre risulta difficile o quasi impossibile in aree affollate come Piazza del duomo. Mi è tornato utile però per isolare alcuni elementi come il suono del tram che si ferma in via Torino, il suono dei passi che anima la strada: chi è più delicato o chi poggia il suo piede con più irruenza perché è affrettato, il chiacchiericcio, le urla dei bambini. Riesco a captare anche semplicemente gli odori: di caramello, ciambelle, frittura, patate fritte del fast food e l’odore di smog. Probabilmente se non avessi preso spunto dalla tabella del blog in cui si separavano gli odori e i suoni e dalla ricerca menzionata, non avrei tenuto conto di questo aspetto che sicuramente caratterizza la piazza. Si potevano percepire persino degli odori tipici di alcune culture: di cipolla e carne del kebab appena fatto e dell’incenso naturale che bruciava.
    Difatti gli spazi aperti aperti agevolano il confronto fra diverse culture. A scuola, nell’ambito formativo, c’è una propensione all’incontro con lo straniero, mentre al di fuori questo approccio non è scontato come sembra. La scuola deve andare oltre se stessa e “scendere in strada” laddove questa apertura non esiste.

    In Italia, o meglio a Milano, sembriamo essere arenati alla seconda fase relativa al tema dell’incontro di Pannikar, ossia di “indifferenza/disdegno”. Il contatto con l’altro risulta inevitabile, la diversità è un fatto quotidiano, fa parte della realtà di ciascuno, ma nonostante ciò ostentiamo una presa di distanza. Chi è nel nostro paese da poco tempo o si ritrova perlopiù solo o ghettizzato nel suo gruppo di connazionali. Negli spazi pubblici si dovrebbe presentare la possibilità di radunarsi con il proprio gruppo e di riuscire a comunicare anche con i nativi per superare il disequilibrio che l’immigrato vive in un continuo ritorno/allontanamento tra la cultura di origine e quella nuova.

    Con questo compito ho avuto la possibilità di “dare un contributo” ad un ricerca, seppure minuta, che fa parte della valutazione finale. Nell’università si è solo un numero di matricola, non è come alle superiori, in cui si crea un rapporto più personale con i propri insegnanti, che seguono il percorso formativo degli studenti nel triennio o addirittura nel quinquennio. Nei corsi non si conosce il percorso del singolo, ma solo la sua valutazione, come si rapporterà nel colloquio orale o davanti ad un testo scritto, in questo caso ho avuto l’opportunità di esprimere una mia opinione, di assemblare qualcosa di comune come un’intervista, una ricerca, in modo non convenzionale e creativo e formulare alcune riflessioni personali.

    Mi sono sempre trovata piuttosto bene in un gruppo multietnico, ho diverse conoscenze ed amicizie provenienti da paesi al di fuori dell’Europa, quindi non ho avuto grandi problemi o pregiudizi. Le mie compagne, a differenza mia, sembravano più intimorite nell’approccio con giovani ed adulti migranti. Da una chiacchierata più approfondita ho capito che a loro manca questa connessione nella vita di tutti i giorni, ossia l’amicizia con persone di origine straniera. Svolgendo questo compito, penso che pochi siano stati realmente oggettivi nell’incontro con l’altro, come sostiene Le Breton “vedere è una presa di sguardo” non siamo mai completamente spogliati dei pregiudizi che portiamo dentro, “Lo sguardo agisce come un feedback”.

    Non avrei mai pensato di raccogliere tante interviste da sola in un’ unica giornata, dato che di solito fatico a comunicare con gli altri, mentre, poco dopo aver iniziato, ho acquisito sicurezza e davo poca importanza a chi rifiutava l’intervista. Pochi soggetti erano predisposti ad una conversazione approfondita, mi risultava anche difficile ritornare sulle stesse domande che faticavano a comprendere, alcuni si limitavano a risposte monosillabiche e concise “Sì. Non so.” “Bella Piazza del Duomo” solo alcuni hanno voluto condividere la propria esperienza allungando i tempi dell’intervista. Nonostante le risposte secche ricevute, sono riuscita ad ampliare la documentazione anche osservando il linguaggio non verbale: da che parte orientavano lo sguardo, se lo sguardo era diretto o vagante, la gestualità,la posizione del corpo e delle mani, se in tasca o visibili, come si muoveva il corpo, se tremava o era tranquillo e persino il movimento della parte inferiore del corpo, se tendeva a spostarsi da una parte all’altra o se la sua postura era ben ferma. Da questi dati, seppur abbozzati, si riusciva a trarre degli elementi di come il soggetto viveva quel momento dell’intervista, se era tranquillo, a suo agio oppure agitato e non vedeva l’ora di tornare a sbrigare le sue faccende. Ho notato che molti, pur essendo in Italia da pochi mesi sono capaci di parlare in maniera mediamente chiara. Possiedono una terminologia abbastanza ricca, questo probabilmente perché la vicinanza con connazionali che comunicano in Italiano o con i nativi ha permesso loro di accumulare esperienza con la lingua. E’ importante sollecitare la narrazione, che oltre ad avere una funzione liberatoria, comporta una maturazione delle capacità linguistiche.

    Forse sono state proprio le lacune linguistiche ad intimorire alcuni soggetti scelti. Infatti anche se ci presentavamo nel medesimo modo, dicendo di essere studentesse della Bicocca che stavano effettuando una ricerca sul campo, abbiamo ricevuto risposte diverse: alcuni si facevano ripetere la frase due volte, strabuzzavano gli occhi, dicevano sì oppure lanciavano un’occhiata sul blocco appunti e scuotevano la testa, altri si limitavano a dire “No” ripetutamente, altri ancora sostenevano che eravamo giornaliste e non ne volevano sapere. Da queste risposte abbiamo cercato di modulare il nostro comportamento per rapportarci nel modo migliore a seconda delle differenti personalità.

    Ciò che ho potuto notare, trattando con individui che lavoravano molto come i bancarellisti, è che il tempo libero è piuttosto limitato. Quello scaglione di domande riguardanti gli spazi che si ritagliano dopo il lavoro era sempre povero. Dal libro “Immigrati e tempo libero” avevo letto di interviste molto ricche, forse anche per l’esperienza degli intervistatori che riescono a raccogliere testimonianze in profondità, che richiamavano la domenica come una giornata liberatoria, di fuga, una giornata diversa da quelle lavorative, in cui si sente il bisogno di tornare alle tradizioni, alla cultura d’origine. Questo elemento mancava nelle interviste, i soggetti tagliavano corto o si dilungavano maggiormente su cosa facevano nel loro paese e non cosa fanno in Italia, perché si sentivano a disagio ad avere pochi amici o non averne affatto o anche non avere nemmeno il tempo di uscire.
    Mi sarei aspettata dei risultati più vicino a ciò che veniva presentato nel libro, ad ogni modo, questo lavoro mi ha dato la possibilità di compiere in prima persona ciò di cui avevo letto nel libro della professoressa Giusti. E’ stata un’unione delle esperienze dei due libri citati. La ricerca mi ha visto coinvolta in prima persona perché ho avuto la possibilità di ricoprire ogni compito richiesto: ho scattato le foto, anche se non a livello professionale, ho intervistato diverse persone di svariate origini, ho accorpato le diverse parti che costituivano il lavoro e scelto il tema dal quale partire, anche se forse, piuttosto scontato in una Piazza grande come Piazza del Duomo.

    Tramite questa ricerca ho avuto la possibilità di confrontarmi con realtà di diverse da quelle che normalmente vivo con i miei amici stranieri. A differenza di molti intervistati loro sono arrivati in Italia quando erano piccoli, hanno avuto la possibilità di frequentare un percorso di studio qui ed imparare la lingua come un qualsiasi cittadino italiano. La loro madrelingua è diventata l’italiano, qualcuno addirittura non sa scrivere perfettamente nella sua lingua d’origine o non sa nemmeno parlare la lingua dei genitori. Mi sono resa conto, invece, che è difficile confrontarsi ed instaurare un dialogo con chi di una lingua conosce ben poco. Si creano inevitabilmente disagi e fraintendimenti. Ho notato che alcuni soggetti dell’America latina sono molto più propensi a raccontare, più aperti e comprensivi, mentre, avendo ricevuto tutte risposte negative, da individui cinesi ho notato una sorta di avversione ed introversione. Questa può essere ovviamente considerata una generalizzazione, ma fa comunque riflettere. Penso che ciò che manchi agli emigranti appena entrati in Italia sia un riscontro statale, mi spiego: non c’è nessuno che li aiuta ad apprendere l’italiano. La lingua è il primo canale di comunicazione, al di là del linguaggi non verbale, chi è straniero in Italia si ritrova “senza voce”, con l’impossibilità di comunicare. Bisognerebbe pensare di formare dei corsi di apprendimento gratuiti per inserire chi arriva nel tessuto sociale con minori disagi.

  • 2010scacchi scrive:

    Ad essere sincera inizialmente ero un po’ scettica nei riguardi di questo seminario più che altro perché non sapevo bene a cosa sarei andata incontro però, già dalla prima lezione in aula, ho cominciato a capire in cosa consisteva ed ad interessarmi alla modalità di lavoro che ci è stata proposta. L’argomento per me era nuovo o meglio non mi sono mai soffermata a pensare alla relazione tra l’identità individuale ed il luogo in cui si vie, si lavora o dove si passa il tempo libero. Il lavoro di intervista fatta a gruppi e di confronto in classe poi credo sia stato il modo migliore per affrontare questo lavoro perché, a parer mio, fermare per strada persone che non si conoscono e porgli delle domande che possono far affiorare ricordi talvolta anche scomodi è un po’ imbarazzante, mentre se si è in gruppo è decisamente più semplice. Il confronto in aula è servito per poter conoscere anche le realtà delle altre zone che sono state esplorate dagli altri ragazzi e trovare le varie analogie o differenze tra gli stranieri intervistati da noi e quelli intervistati dagli altri. Per quanto riguarda la relazione identità/ luogo credo, in base alle lezioni e ai libri della prof.ssa Giusti e al seminario della dott.ssa Lugarini, che esista. La maggior parte delle volte questa relazione è di tipo strettamente lavorativo cioè lo straniero che lascia il suo paese per venire qua in Italia lo fa per problemi economici, questo comporta che lo straniero stesso viva il nostro paese come una “grande impresa” nella quale il rapporto con gli italiani è più lavorativo che di amicizia (sarà anche perché molto spesso appena arrivati qua trovano ostilità nei loro confronti) e, appena hanno un po’ di tempo libero, tendono a ritrovarsi con i proprio connazionali perché hanno bisogno di momenti più “intimi”. Per far sì che gli immigrati che si trovano in questa situazione possano vivere il nostro paese non solo come un luogo di lavoro ma anche come la loro “casa” (senza dimenticare ovviamente le loro origini) credo che oltre la loro volontà ci voglia anche un po’ di buoni propositi da parte nostra fin dall’inizio cercando di superare i pregiudizi presenti in ognuno di noi.

  • 2010 Baldo scrive:

    Ho scelto il seminario dei blog perchè con i tempi che avanzano e l’aumento della tecnologia mi sembrava essere la scelta più coerente. Mi aspettavo un lavoro più “tecnologico” a dispetto di una ricerca sul campo ma questa nuova esperienza è stata davvero utile per comprendere la “nuova” vita degli stranieri qui in Italia. Durante le nostre interviste ho potuto notare come, ma è un mio pensiero, l’integrazione a Cinisello sia avvenuta in maniera pacifica con il consenso dei cittadini, certo qualcuno ancora non li vede di buon occhio ma si tratta solo di una piccola percentuale.
    Grazie alla lettura dei due testi che servivano per affrontare l’esame ho potuto comprendere come gli stranieri siano davvero attaccati alle proprie origini -al proprio paese, alle proprie tradizioni- e di come la mancanza di risorse, per lo più monetarie, li abbia spinti a lasciare la loro terra natale in cerca di fortuna.
    Ognuno di noi deve comprendere che straniero non significa malvagio, dobbiamo crescere!!! e cercare di auitare ogni nuovo arrivato affinchè si integri al meglio nella sua nuova casa.

  • 2010rossiroberto scrive:

    Intercultura significa, tra le tante cose, anche condividere. Il blog, a mio avviso, è uno degli strumenti più indicati per chi necessita di rendere accessibile a molte persone un bagaglio di informazioni e per chi vuole un responso da tali informazioni, di modo che si crei una rete di contatti che discutano e portino idee sull’argomento. Questo blog e il relativo seminario rendono molto facile e piacevole, nonché interattivo, il lavoro interculturale, perché sia con le indagini sul campo, sia con il contributo all’interno del blog mediante commenti, l’approccio al tema dell’interculturalità assume un connotato differente e di più immediata accessibilità e vicinanza.
    Ho deciso di frequentare questo seminario, perché ritengo che bisogna guardare al futuro e perché l’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione sia un ottimo passo per rendere la disciplina più conosciuta e in un futuro sempre più concreta. Essendo uno studente di comunicazione interculturale, il mio interesse è volto ai mezzi di comunicazione e a mio parere il blog risponde perfettamente all’idea di laboratorio che mi ero immaginato.
    Il corso di pedagogia interculturale si è rivelato per me una sorpresa. Appena iniziato il corso non immaginavo minimamente ciò che mi sarei dovuto aspettare da questa materia, ma frequentando le lezioni mi sono reso conto che a differenza degli altri corsi, pedagogia interculturale possedeva qualcosa che negli altri non era presente: la partecipazione attiva. Al di là delle lezioni frontali, questo corso, superando le difficoltà tecniche normali per questo genere di progetto, ha offerto la possibilità a tutti gli studenti, sebbene fossimo in grande numero, di poter partecipare attivamente all’insegnamento e all’apprendimento simultaneo della materia e del concetto di interculturalità. Io trovo che tutto ciò sia lodevole e assolutamente innovativo in un’università e in un corso di laurea come quello da me scelto.
    Le indagini sul campo, inoltre, permettono di farsi un’idea più chiara della città in cui si vive, di cogliere gli aspetti più nascosti che solitamente non si notano; e permette oltretutto di capire realmente chi sono le persone che sui incrociano per strada e a comprendere che come tutti hanno una storia da raccontare e provengono magari da realtà totalmente dverse dalle nostre, eppure sono molto vicini a noi.
    Ho capito che intercultura significa volontà; volontà non di rendere il mondo un posto migliore, ma perlomeno di rendere la propria piccola fetta di mondo un posto accogliente e scevro di pregiudizi.

  • 2010biffi scrive:

    Inizialmente, mi aspettavo un lavoro diverso da questo seminario. Dal primo incontro non sapevo proprio cosa pensare, ma alla fine sono stata soddisfatta della mia scelta. L’utilizzo del blog si rivela sicuramente come uno strumento essenziale nel mondo tecnologico odierno per favorire una campagna di sensibilizzazione nei confronti dell’intercultura.
    Io e i componenti del mio gruppo siamo rimasti davvero soddisfatti del nostro lavoro sul Parco Trotter. All’inizio, io per prima, ero un po’ incerta sulle modalità in cui avremmo svolto il lavoro, ma alla fine tutto si è risolto per il meglio. Per me, che non abito in città e non ci vado quasi mai, è stata sicuramente un’esperienza nuova. Era la prima volta che vedevo viale Padova e il Parco Trotter. Insomma, mi sentivo straniera nel mio stesso paese. E’ stato come tuffarsi in un altro mondo, sentire questa differenza sulla propria pelle e sperimentarla per la prima volta. Molte cose, prima di cominciare il lavoro, le avevo date per scontate, ma ho dovuto rifletterci più e più volte, una volta avuta un’esperienza del genere. Le relazioni personali in città sono molto più distaccate rispetto a quelle dei piccoli paesi. Tuttavia, non mi ha colpito la presenza di stranieri, ma il modo in cui spesso anche tra loro si relazionano. Ho molti amici di altre nazionalità e ci vivo a stretto contatto tutti i giorni, di conseguenza l’integrazione non è mai stata un problema, non ci ho mai pensato più di tanto perché per me è sempre stata comunque “normale”. Questo seminario, come il resto del corso, è servito sicuramente ad accrescere sia la nostra esperienza, che le nostre conoscenze. Per primi, durante la ricerca, abbiamo dovuto essere aperti al dialogo e alla comunicazione con l’ “altro”. Questa “apertura” però non deve accecare. L’integrazione deve essere responsabile e deve avvenire tra persone dotate di capacità critica. E’ importante il rispetto reciproco e la consapevolezza di ciascuno, ma non si può credere nell’integrazione senza essere dotati di buonsenso.
    Quello che voglio dire e su cui ho riflettuto lungo tutta la durata della nostra esperienza, grazie anche alle discussioni con i miei amici, è che non dobbiamo assorbire passivamente tutte le nozioni del corso senza ovviamente filtrarle grazie alla nostra capacità di giudizio. Se veniamo spinti ad aprirci al dialogo, ben venga, noi per primi ci mostriamo disponibili, ma ovviamente anche dall’altra parte ci deve essere una risposta positiva, perché altrimenti si rischia un fallimento. Se vediamo situazioni sbagliate, se certe cose sono evidenti perché le sperimentiamo sulla pelle, non possiamo sempre sorridere e far finta che vada tutto bene perché dobbiamo essere “aperti al dialogo”. Questo non vuol dire cercare l’integrazione, ma vuol dire essere ipocriti. Ma questo discorso non deve essere circoscritto all’intercultura, ma a tutte le situazioni quotidiane. Il comportamento scorretto può benissimo esserci tra italiani come tra stranieri, diventa semplicemente una questione di RISPETTO reciproco e anche di MORALE. In conclusione, bisogna metterci la “testa” in tutto ciò che si fa, non assorbire passivamente e comportarsi di conseguenza. Se non c’è sotto una riflessione personale, tutto quello che si fa è inutile. Spero di essere stata chiara nella mia riflessione e sottolineo nuovamente che quest’esperienza più che positiva è servita ad arricchire le mie conoscenze e il mio modo di pensare. Ma soprattutto, che non bisogna mai smettere di credere in valori fondamentali come il rispetto e l’apprezzamento della differenza.

  • 2010rusiello scrive:

    Ho scelto questo seminario poiché il blog è una realtà quotidiana ai giorni nostri e volevo scoprire il collegamento che c’era fra esso e l’intercultura; credo di aver capito il senso, il blog ci ha permesso di discutere, colloquiare, vedere e far vedere cosa per noi è l’intercultura.
    Questa esperienza mi è servita molto, mi ha aiutato a capire che ogni luogo può essere visto con sguardi molteplici, questo dipende dalle nostre origini e dal nostro trascorso. Inoltre ho compreso che nella nostra realtà quotidiana diamo per scontato molti elementi ma quando ci mettiamo ad osservare con attenzione e a informarci si scoprono delle nuove nozioni, per esempio nel mio caso, la torre di Piazza Selinunte, nessuno sapeva che il colore della torre fosse stato scelto dagli abitanti del quartiere oppure il caso di Via Tracia, dove nel luogo comune è definita “loro”, ho potuto notare che sui citofoni i cognomi sono italiani.
    Questo seminario inoltre mi ha aiutato a capire perché, soprattutto di domenica, si vedono questi gruppi etnici che sembrano escludere gli altri, stanno solo cercando di mantenere la propria cultura, questo capita anche noi quando andiamo all’estero per un viaggio, appena sentiamo delle persone che parlano italiano, le consideriamo come “amiche” solo perché puoi parlare nella tua lingua e puoi esprimerti liberamente. Sono contenta di aver affrontato questo corso e questo seminario, mi ha arricchito molto e spero di riuscire ad applicare queste nozioni nella vita quotidiana.

  • 2010negroni scrive:

    Ho scelto di frequentare questo seminario a differenza degli altri perché mi incuriosiva molto. Il primo incontro è stato subito interessante, l’utilizzo del blog per scambiarci idee, pensieri e immagini su quello che è l’intercultura è un modo diverso dalle solite lezioni in cui il docente spiega e lo studente ascolta. Ho trovato inoltre il lavoro che ci è stato assegnato a gruppi molto particolare, inizialmente ero molto restia nel pensare di dover intervistare una persona sconosciuta e dovergli chiedere del suo paese d’origine, a volte fare delle domande molto personali non è ben accetto. Le persone con cui abbiamo avuto a che fare sono state invece molto disponibili, nonostante non abbiano voluto farsi fotografare, ci hanno parlato in modo molto sintetico del loro paese, alcuni si sono quasi commossi. Grazie a questo lavoro io e le mie compagne abbiamo conosciuto in modo diretto alcune delle tante storie degli immigrati in Italia, qual è il motivo che li ha spinti a migrare nel nostro Paese, come vivono la giornata, qual è la loro occupazione e come si relazionano con le altre persone. È differente ascoltare in modo diretto una testimonianza, piuttosto che sentire le storie alla televisione o leggerle sui libri. Questo seminario è servito soprattutto per capire la relazione degli stranieri con l’ambiente che li circonda e che ci circonda, poiché essi si trovano a vivere in luoghi totalmente diversi da quello che era il loro paese di origine, diversa lingua, diverse culture, quasi sempre vengono in Italia per cercare soluzione ai problemi la maggior parte delle volte legati al lavoro. Inizialmente per queste persone non è mai facile la vita e soprattutto la convivenza con gli italiani, per questo noi dobbiamo cercare di mettere da parte i pregiudizi e tentare di aiutare quanto possibile a rendere meno faticosa l’integrazione degli immigrati. Per fare questo bisogna pensare a come ci troveremmo noi in difficoltà in un Paese straniero, un piccolo aiuto è sempre importante.

  • 2010malcangio scrive:

    Durante il mio percorso scolastico non mi era mai capitato di affrontare tematiche così importanti.
    Non voglio nascondere che all’inizio di questo percorso all’interno della pedagogia interculturale ero spaventata e mi sono sentita spaesata: si parlava di argomenti che avevo solamente sentito al telegiornale ma che nessuno mai aveva avuto modo di spiegarmi.
    Grazie all’aiuto della professoressa Giusti e dei suoi collaboratori, durante i vari laboratori/seminari, ho invece acquisito una consapevolezza tale che sono riuscita a fare di questa materia non solo del semplice studio, ma anche un’esperienza di vita. Come sto imparando, infatti, in questi miei primi mesi in università, l’esperienza non si fa solamente sul campo ma è resa possibile anche attraverso la lettura di libri che raccontino del vissuto altrui, o che semplicemente si pongono lo scopo di far conoscere qualcosa di più profondo ai lettori. Questo sono stati per me i libri di Mariangela Giusti: un modo per conoscere, attraverso l’esperienza di tante persone che come lei si occupano di questa materia da anni, il significato reale della parola INTERCULTURA.
    Intercultura non è solo rispetto delle differenze, accoglienza del diverso, confronto e integrazione, o perlomeno, non è solo questo. Da quello che ho imparato in questo tempo e grazie ai contributi di tutti coloro che hanno realizzato i vari laboratori o seminari, ho capito che intercultura è anche solidarietà; solidarietà verso ciò che non si conosce e che si giudica a priori in modo negativo. Non solo, ma è anche un continuo avvicinarsi a tutto ciò che per natura non ci assomiglia e che in qualche modo vediamo come minaccia. Dovremmo avere tutti un atteggiamento più disponibile e aperto nei confronti di persone straniere che sicuramente affrontano una realtà molto difficile e complessa a causa dei problemi linguistici e sociali che ogni giorno affrontano.
    Sarebbe bello, inoltre, riuscire, dopo mesi e mesi di studio interculturale, a poter camminare per strada senza avere paure o pregiudizi che in qualche modo possano allontanarci dalle altre persone; penso che questa cosa richiederà molto tempo e tanti sforzi perchè purtroppo questi sentimenti negativi fanno parte della nostra società, anche per effetto di quello che si sente nei telegiornali e che succede in giro davanti ai nostri occhi. Ma dopo quest’ultimo lavoro di gruppo svolto per la professoressa Lugarini, ho la certezza di aver abbattuto qualsiasi barriera che in passato mi ha portata a guardare con diffidenza alcune persone.
    Ho imparato che non bisogna “fare di tutta un’erba un fascio” e che prima di giudicare gli altri dovremmo prima conoscere chi sono e le realtà che hanno subito o che subiscono ogni giorno nel luogo in cui vivono.
    Penso inoltre che, in un mondo sempre più dominato dall’odio e dalla violenza, talvolta scatenati da tutto quello che non si conosce, sia più utile proporre attività del genere che senza dubbio permettono a studenti e persone normali come noi ad entrare in contatto con realtà diverse dalla nostra e a farci riflettere sul fatto che se per primi noi trasmettiamo diffidenza e valori negativi, essi ci torneranno indietro come un boomerang con dei risultati disastrosi che con il tempo finiranno per distruggerci.

  • 2010fnobile scrive:

    Quando ho intrapreso questo percorso di formazione con la professoressa Lugarini, sempre disponibile allo scambio dialogico, e in modo particolare con i miei due compagni di laboratorio, non immaginavo certo l’arricchimento che sarebbe derivato dall’esperienza.
    Parlo per me: iscrivendomi a questo gruppo ero convinta che avremmo effettuato un lavoro di esamina informatica, avremmo setacciato il web per scovare blog già allestiti da donne e uomini di altre realtà culturali, nei quali riversavano sotto forma di post le loro conoscenze, paure, speranze, viaggi all’interno e all’esterno di essi. Un lavoro forse un po’ analitico, ma che già intraprendo come passione personale: mi piace navigare in internet alla ricerca di questi “Diari personali virtuali”, si scoprono elementi interessanti! Ci si imbatte nella ragazza Giapponese che però studia a Londra, e conoscendo un po’ della lingua Nipponica e molto bene l’Inglese, si può apprendere dai suoi ipertesti qualche interessante ricetta, leggere gli Haiku, ricostruire le memorie sulla terra natia… i blog di oggi costituiscono sempre più delle vere e proprie autobiografie, che se scandagliate offrono paesaggi mentali davvero interessanti, scenari non solo su culture diverse, ma anche su polidentità in divenire.
    Il fine del blog però non era questo , ma lo stesso sono stata sorpresa positivamente dal lavoro magistralmente condotto e il messaggio intrinseco che ha operato la professoressa. In primis, la presentazione del corso: l’idea che avremmo lavorato in gruppi mi ha subito entusiasmata, perché già potevo immaginare, date le esperienze precedenti, che ne sarebbero derivati momenti di scambio e conoscenza reciproca innanzitutto tra noi studenti. Esattamente come previsto, attuare brainstorming e poi recarmi su campo ad effettuare la ricerca antropologica-pedagogica assieme ai miei compagni ha avuto come conseguenza la migliore conoscenza tra noi , ormai ottimi amici, e la coesione tra le parti.
    Soprattutto quando ci siamo trovati a discutere sul da farsi, ho constatato come la tecnica pedagogica del BS abbia inciso profondamente sulla qualità del primo elaborato: ognuno di noi, con i suoi diversi interessi e competenze, ha dato voce a desideri personali riguardanti le conoscenze e gli obiettivi da raggiungere. Essenzialmente ci siamo preposti (anche grazie al supporto didattico costituiti dai due testi da preparare in previsione dell’esame) obiettivi aulici come il proporci empaticamente, stimolando la reciproca curiosità ed instaurando il dialogo, e ultimo, ma non meno importante, descrivere fenomenologicamente il luogo , ipotizzandone un utilizzo ottimale per lavoratori e frequentatori nel tempo libero.
    Una volta giunti al dunque (per inciso, una volta attraversati i cancelli del parco di Porta Venezia) , abbiamo cominciato a guardarci attorno, ma anche dentro. I luoghi naturali riescono sempre a suscitare qualcosa di arcano, emozioni già vissute che avevamo segregato nelle profondità recondite della memoria. E così abbiamo cominciato a raccontarci, a parlare di noi, svelando tratti che mai avremmo ipotizzato l’altro possedesse. Si torna quasi bambini, a fare i conti con le proprie passioni e debolezze. I luoghi suscitano sogno ed incubo, sanno far innamorare e a volte spaventano. Posso ben dire di conoscere qualcosa di più di Michele, Federico (e non dimentichiamo la nostra cortese guida del perimetro, Arturian!) , ma anche di aver ritrovato una parte di me stessa.
    La parte più interessante dal punto di vista pedagogico è stata però l’approccio e la successiva conoscenza delle entità migranti in cui ci siamo imbattuti sul nostro cammino: la dolcissima Maichi, il timido Andrien, ma soprattutto il mistico Djop. L’incontro con lui è stato quasi una benedizione. Innanzitutto ancora non riesco a spiegarmi cosa ci abbia spinti a dirigerci proprio da lui; aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri, e lo abbiamo potuto constatare durante l’intervista. Djop sa essere riservato, ma a noi ha voluto parlare di tanti aspetti della sua vita, vita così diversa dalle nostre, eppure incredibilmente integerrima, serena, colma di soddisfazioni. La sua testimonianza mi ha fatto sovvenire l’esperienza personale del mio fratellino cinese, Wei. Entrambi loro, e in generale questa esperienza, mi hanno quasi cambiato la vita. Vediamo come.
    -Djop è un ragazzo giovane proveniente dal Senegal, con una forza di volontà pazzesca: giunge qui in Italia tra mille difficoltà, ma non demorde mai. Sa essere umile, chiedere aiuto a chi di dovere, fa amicizia facilmente e sa discernere a seconda delle situazioni le persone di cui fidarsi. Non ha nessun rimorso di coscienza, è libero, vive una vita tranquilla e piena. Ha tutto ciò di cui ha bisogno, ed è grato per questo. C’è da imparare da lui: Djop insegna che la felicità sta prima di tutto nell’armonia dentro noi stessi, nel saper prendere le cose con filosofia e a tratti con autoironia. A sorridere sempre, perché le difficoltà sono solo un aspetto di questo vasto, misto mondo. Considero Djop uno di quei portatori di pensiero libero, svincolato da dottrine preformate. E’ il sinolo dell’immigrato che ha trovato modo di convivere pacificamente con la sua identità e con le altre che lo circondano, senza rinunciare né alla sua cultura né all’incontro con quella autoctona. Possiede mente da viaggiatore: se sai calare le autodifese del preconcetto, ogni luogo ti apparirà agli occhi come CASA TUA, ovunque sarai accolto e vivrai felicemente.
    -Wei ha la mia stessa età, ma fisicamente è più piccolo di me, tanto che mi viene da chiamarlo fratellino. E’ nato a Jilin, una città a nord della Cina, quasi confinante con la Corea del Nord. Ottimo studente alle scuole superiori, vincitore di borse di studio prestigiose, ha voluto calarsi in una diversa realtà. Ha viaggiato per tre giorni, facendo spola da Jilin a Pechino, da Pechino a Shanghai, da Shanghai a Milano. Qui si è fermato, e ha cercato subito di adattarsi, pur non conoscendo bene l’inglese né parlando l’italiano. Wei si mantiene da solo: per ora ha in affitto una stanza con letto, che odia e quindi usa solo la notte per dormire, anche se le condizioni glielo impediscono. In più per mantenersi lavora fino alle 10 anche nei giorni festivi, prendendo un salario da fame. Eppure sin dal primo momento che l’ho visto ho capito quanto fosse speciale. Innanzitutto, era l’unico del suo gruppo di Cinesi che non tendeva all’isolamento, ma andava a cercarsi amici italiani. Nella sua ricerca ha incontrato mio fratello, e così hanno cominciato a studiare assieme. Wei è un ragazzo gentile, studioso, che si impegna in tutto ciò che fa, e non si lamenta mai. L’abbiamo accolto nella nostra famiglia, come un figlio e fratello, senza alcun pregiudizio, solo ammirazione. Se tutto va secondo i desideri dei miei genitori, presto sarà componente a tutti gli effetti del mio nucleo familiare.
    Cosa sto imparando da lui? Che la vita è un’infinita scoperta. Che solo con la forza di volontà puoi superare le difficoltà. Che non si è mai davvero poveri se non nell’animo, perché una persona è ricca di un patrimonio inesauribile che viene dalla storia, dalla cultura, dalla famiglia. I valori identitari di Wei sono quanto più puri e ingenui. Il poco che ha, ama condividerlo affinchè tutti ne possano beneficiare.
    E inoltre, mi ha insegnato che il sorriso è una cura per tanti mali.
    “Tu devi diventare come pistacchio” – dice ai suoi amici in difficoltà. In Cina il pistacchio ha un valore simbolico, si crede che quel piccolo frutto con guscio sorrida.
    La ricerca su campo, e l’incontro con Wei, mi ha spiazzata. Ho dovuto riconsiderare il mio modo di vivere, atteggiarmi, considerare il mondo circostante. E’ stata una vera e propria rieducazione alla percezione, al dialogo, al rinnovamento in previsione anche del mondo che cambia. Illuminazione.
    Ero una semplice studentessa di lingua Giapponese col sogno di diventare, un giorno, antropologa. Ora… so come si fa. Come ci si deve porre con gli altri. Osservo sempre meglio i comportamenti delle altre persone, immigrati ed indigeni, giovani e anziani, lavoratori e studenti, e quasi mi stupisco che una volta , solo poco tempo fa, ero una persona molto più superficiale, che non godeva degli attimi singoli di cui è composto il tempo.
    Assieme ai miei amici ho voluto chiamare questa esperienza “Multi-culti connections”, sottolineando il valore estremamente egualitario di ogni etnia: cinese, equadoregna, tagalog, wolof… quanti ne abbiamo incontrati sul nostro cammino, e quanti ancora sono lì per noi, ancora tutti da scoprire!
    Scoprire e DIFENDERE. Essì, perché solo stamattina, accedendo alla mia pagina di facebook ho potuto constatare quanti gruppi razzisti, agendo in modo esecrabile, inneggiano fanaticamente alla DISTRUZIONE di chi è diverso.
    “Spero che l’oriente ci invada” – ho commentato, e non sarcasticamente. Perché se da qualcuno abbiamo da imparare, non sono questi sciocchi nostalgici di regimi politici morti e sepolti, ma da persone vere, autentiche, di diversi colori della pelle, lingue, culti. E’ mostruoso come luoghi “virtuali” che dovrebbero accogliere e fomentare l’intelligenza collettiva possano costituire cenacoli per menti deviate.
    La mia speranza per un futuro migliore è che sempre più sia possibile attuare misure accurate di rieducazione e valorizzazione delle identità straniere. Alla fine siamo tutti diversi, condividiamo un Panta Rei che sta sotto gli occhi di tutti, anche di chi vuole negarlo ed osteggiarlo.
    Con questo vi saluto e ringrazio della bellissima esperienza,
    再見
    작별
    Paalam
    さようなら
    tạm biệt
    αντίο
    viszontlátásra
    ลาก่อน
    auf Wiedersehen
    до свидания

  • 2010petrillo scrive:

    Ho scelto di partecipare a questo seminario in quanto, a differenza degli altri disponibili, da esso non sapevo proprio cosa aspettarmi. Non riuscivo a cogliere il collegamento tra un blog e l’intercultura. Ora ho compreso di cosa si tratta e devo dire con notevole stupore che non mi aspettavo che un semplice blog possa essere diventato un luogo di scambio e di dialogo su un tema così importante e delicato. Il blog, infatti, è una realtà quotidiana con cui ci confrontiamo ogni giorno sempre di più, ma personalmente fino a qualche settimana fa non avevo mai pensato alla sua utilità in questi termini. L’intrecciarsi di contenuti, pensieri di persone assai diverse contribuisce a creare un sapere che si definisce intelligenza collettiva. Questa non avviene per trasmissione ma grazie alle relazioni che si creano nel blog. Le persone scambiandosi commenti, opinioni e idee su un determinato tema, creano conoscenza. Il blog è stato, quindi, uno strumento molto utile per approfondire una tematica complessa come l’immigrazione straniera e i temi ad essa connesse. Questo grazie anche al fatto che offre varie possibilità di conoscenza e interazione. Sul blog vi sono video, foto, file audio e quant’altro, tutto materiale utilissimo per poter “toccare con mano” una realtà che magari non conosciamo così bene. Durante le nostre esplorazioni sul campo abbiamo inoltre potuto immergerci in una realtà che pensavamo di conoscere piuttosto bene e invece è stata una continua sorpresa. L’esperienza diretta, svolta nel mio caso nel quartiere S.Siro di Milano, mi ha permesso di andare al di là di alcune idee che mi ero fatta su di esso. Ad esempio non immaginavo neanche lontanamente che il colore della torre in mezzo a Piazza Selinunte potesse essere stato scelto dagli abitanti del quartiere tramite un’iniziativa collettiva. Ho scoperto che luoghi che pensavo ormai frequentati esclusivamente da stranieri, sono invece frequentati anche da parecchi italiani che convivono pacificamente insieme. Purtroppo le poche persone che abbiamo incontrato durante il nostro lavoro di ricerca non hanno voluto rispondere alle nostre domande, a volte per semplice timore perchè non capivano cosa stavamo facendo e perchè lo facevamo e altri perchè sapevano poco la lingua italiana. Nonostante ciò, anche tramite la semplice osservazione abbiamo potuto capire molte cose. Come già ampiamente spiegato nei libri del corso di Pedagogia Interculturale, identità e luoghi sono strettamente connessi tra loro e proprio grazie all’esperienza sul campo sono riuscita a cogliere meglio questa relazione. Il lavoro mi ha aiutato a capire che l’identità di una persona si forma e si modifica in relazione ai luoghi d’origine, ai luoghi in cui arriva, ai propri vissuti personali ma anche alle nuove esperienze. Abbiamo notato come certi luoghi in particolare, soprattutto gli spazi pubblici, vengono vissuti prevalentemente da persone immigrate che qui si ritrovano per stare insieme, parlare la propria lingua d’origine, giocare, raccontarsi. Tutto ciò serve a loro per rafforzarsi, per sentirsi un po’ “a casa”. Dobbiamo comprendere che è anche di questo che hanno bisogno, in quanto l’esperienza della migrazione non è facile, porta con sé sensazioni di spaesamento e sradicamento dalla propria cultura, dalle proprie abitudini e stili di vita. È difficile per noi vivere la realtà quotidiana, figuriamoci per le persone che magari sono state costrette ad abbandonare la propria famiglia in cerca di maggiore benessere economico. Sperimentano la lontananza dal proprio paese e dai propri affetti. Hanno bisogno di sentirsi accolti dal territorio e dalle persone. I “paesaggi” etnici sono i luoghi dove l’intercultura si manifesta in modo evidente, tramite lo scambio reciproco, il dialogo, lo stare insieme. Sono proprio questi i luoghi che possono favorire l’integrazione e nei quali sia le persone straniere sia i nativi del posto possono conoscersi, avvicinarsi, riconoscersi reciprocamente in modo da “formarsi” insieme, costruire e ri-costruire la propria identità.

  • 2010grossi scrive:

    ho trovato molto utile ed interessante questo tipo di laboratorio nel corso di pedagogia interculturale; in quanto,parlando della mia esperienza personale attraverso il lavoro a gruppi ristretti, si è potuto immedesimarsi in una sorta di educatori/educatrici culturali che “viaggiano”, ascoltano e comprendono le differenti storie di vita che gli si presentano davanti. Il rapporto che c’è tra identità e luoghi si rafforza sempre più vivendo giornalmente quello stesso spazio, l’identità si arricchisce di particolari sfaccettature con la nostra esperienza quotidiana. Attraverso l’esperienza di via Padova, chiacchierando durante le interviste fatte ai passanti, ho potuto notare come avvenga questo processo d’integrazione in sé stessi di un determinato luogo; come un semplice immigrato che ,al suo arrivo in un nuovo paese, s’imbarca in una nuova esperienza di vita a lui sconosciuta, che lentamente inizia a vivere e che,col trascorrere degli anni, diventa parte anche di lui. Anche coloro, che molte volte la maggior parte di noi rifiuta con pregiudizi inutili, aiutano a collabare alla costruzione di un identità comune,che nel nostro caso prende il nome “Milano”.

  • 2010russo scrive:

    Questo corso di pedagogia interculturale è stato inaspettatamente molto interessante. Ho usato l’aggettivo “inaspettatamente” in quanto non credevo che fosse un corso con lezioni che ci coinvolgessero in prima persona anzi,onestamente mi immaginavo un corso come tutti gli altri dove il professore spiegava e gli studenti prendevano appunti. Invece non è stato così.
    Parlare in aula tutti insieme,esprimere le proprie opinioni e interagire con docenti e compagni è stato senz’altro molto più istruttivo di quanto potessi immaginare.
    Il seminario sui blog,inoltre, è riuscito a farmi capire quanto sia importante la presenza di stranieri nella nostra società. Gli immigrati sono un tesoro che purtroppo noi non sappiamo capire e il fatto di venire a contatto con persone originarie di Paesi diversi dal nostro non deve essere visto come una minaccia bensì come una ricchezza! Scoprire culture,religioni,tradizioni,abiti,usanze,storie e civiltà presenti nel mondo è un modo molto efficacie per riuscire a capire chi ci circonda. La xenofobia è un problema che esiste da anni e purtroppo ne esisterà ancora per molti altri che porta ad avere pregiudizi verso chi è doverso da noi per provenienza o colore di pelle (risultato di una società chiusa e ipnotizzata da tv e media). L’immigrazione è la soluzione ultima a una serie di problemi per noi incomprensibili che persone sono costrette ad effettuare a causa di svariate motivazioni. La difficoltà riscontrata dagli immigrati una volta arrivati nel nostro Paese è assai notevole: la lingua è senza dubbio il problema principale. Dopo di chè ne susseguono luoghi diversi, usanze, religioni che suscitano un senso di spaesamento incredibile,quaesi come se si fosse intrappolati in una sorta di labirinto al buoio e senza via d’uscita dove solo la buona volotà è in grado di vincere sull’ansia. Aiutare queste persone a integrarsi nella società non dove essere solo il compito di noi futuri educatori ma di tutti i cittadini autoctoni di ogni paese mettendo da parte ogni minima briciola di pregiuduzio, in quanto non esiste alcuna forma di diversità “nociva” al mondo,anzi, è a parer mio tutto molto imporatnte per la crescita morale delle persone.

  • 2010Morganti scrive:

    Ho trovato il corso di pedagogia e questo seminario molto interessanti ed utili, anche in vista del mio futuro lavoro di educatrice. Prima di questo corso universitario, infatti, non ho mai avuto modo di soffermarmi sulla questione dell’intercultura in modo “scolastico” cioè analizzandola in modo dettagliato sotto diversi aspetti.
    Il seminario mi ha aiutata perché mi ha permesso di osservare gli immigrati da diversi punti di vista: ascoltandoli durante le interviste, guardandoli negli occhi, scoprendo nuove storie e nuovi modi di vedere ciò che ci circonda.
    Non è mai facile lasciare da parte i pregiudizi che ci vengono inculcati quotidianamente dalla politica, dai mass media e da chi ci sta vicino, eppure il dialogo vero con queste persone ci fa rendere conto quanto gli stereotipi siano superficiali e non abbiano quasi mai una base concreta. Quasi tutti gli stranieri che ho avuto modo di contattare si sono rivelati persone sensibili, gentili, perfettamente in grado di gestire una conversazione logica parlando il più delle volte un buon italiano (a volte anche migliore di tanti nostri connazionali).
    Ho avuto modo di capire quanto queste persone ci tengano all’integrazione, quanto siano disposti ad accettare nuove regole, nuovi spazi, nuovi modi di vivere e lavorare pur di riuscire a rimanere nel nostro Paese. Non è facile incontrare lo stesso spirito e la stessa voglia di fare. Chi pensa che queste persone siano qui solo per “rubarci il lavoro” dovrebbe chiedersi quanti sacrifici sarebbe disposto a compiere e quanta voglia di fare potrebbe mettere in gioco. Io, personalmente, non so se ce la farei a trasferirmi in un nuovo Paese, con una nuova lingua, una nuova cultura, un nuovo lavoro (spesso poco redditizio o comunque molto faticoso, a volte quasi denigrante).
    Spesso infatti ci si ferma alle apparenze, ma non ci si chiede mai cosa davvero significhi migrare per arrivare in un mondo diverso. Questo seminario è risultato particolarmente utile per capire quanto sia stretta la relazione tra l’ambiente nel quale si vive e l’identità personale. Arrivare da un posto “diverso” significa portarsi dietro un carico fortissimo di abitudini che sembrano scontate ma che quasi mai lo sono. Ad esempio i cibi che si cucinano, i luoghi che si frequentano, i posti dove si prega, si vive, si lavora. Non è facile tramutare tutta questa serie di abitudini. L’identità personale è strettamente collegata a tutto ciò, e con tutto ciò muta e si rigenera. Ad esempio si rinnova il modo di passare il tempo libero, si modificano i luoghi di ritrovo comunitari, si cambia la lingua con la quale si comunica.
    E’ bello e utile trovare qualcuno disposto ad accogliere, qualcuno che si interessi del vissuto passato per poter aiutare a vivere bene il vissuto futuro.
    Purtroppo oggi la tolleranza non è offerta da tutti, ma credo che spiegando e mettendo in atto dei comportamenti interculturali si possa insegnare a capire il “diverso”, e di conseguenza ad avere un atteggiamento empatico e mai pregiudiziale nei suoi confronti.
    Vivere anche solo qualche ora a contatto con gli immigrati mi ha fatto capire proprio questo.
    Non è facile, ma si può collaborare per ottenere un sano dialogo ed un buon rapporto con chi arriva ed è disposto ad integrarsi mescolando le due culture per far nascere qualcosa di utile, qualcosa di bello, qualcosa di nuovo.

  • tucci2010 scrive:

    Ritengo che sia stato molto interessante affrontare il tema “Luoghi e Identità” con il corso di Pedagogia Interculturale e con l’esperienza del seminario a gruppi ristretti.
    In particolare il seminario sul blog è stata una metodologia innovativa di approccio al tema dell’intercultura. Siamo diventati una comunità, un’intelligenza collettiva che ha discusso e lavorato su un tema comune. È stata poi fondamentale la ricerca assegnata per familiarizzare non più solo teoricamente, ma concretamente con la materia studiata ed è servita inoltre a farmi soffermare e riflettere sui luoghi che distrattamente frequento.
    Discutere di “Luoghi e Intercultura” è ormai indispensabile nella società multietnica in cui viviamo. L’aumento della popolazione straniera porta inevitabilmente ad una maggiore accortezza a tale fenomeno.
    È utile sperimentare modalità diverse di apertura a tale realtà, mi riferisco in particolare ai due libri di Mariangela Giusti, ai video e ai documenti presenti nel blog. Ritengo tutto questo un metodo molto valido per sensibilizzare e sperimentare.
    Molti di noi purtroppo non riflettono adeguatamente sullo shock culturale e sulle difficoltà che le persone subiscono con la migrazione, siamo bravi a dettare sentenze, isolare e rifiutare.
    Credo che il motivo di questo atteggiamento così discriminante e superficiale stia nel fatto che molti di noi non hanno vissuto e non sanno immedesimarsi in queste situazioni di vita così complesse.
    Io nel mio piccolo ho affrontato un’esperienza simile con la mia “migrazione” dal Sud Italia al Nord e so benissimo cosa significa perdere i punti di riferimento essenziali, non avere la propria famiglia vicino, avere nella memoria e nell’identità altri territori, altri luoghi … non è facile!!!. È fondamentale ricevere “aiuto”, trovare sostegno, accoglienza, apertura. È indispensabile dunque fare più ricerche possibili su questo tema, raccogliere più testimonianze possibili, fare più colloqui in profondità con chi vive tutto questo e far capire a chi vive all’oscuro di tutto questo che cosa significa veramente il fenomeno dell’immigrazione.

  • 2010storti scrive:

    PEDAGOGIA INTERCULTURALE
    Con il termine TEMPO LIBERO mi riferisco ai momenti personali e privati, che una persona impiega al fine di AUTO-FORMARE se stesso, la propria identità e la propria vita nei luoghi d’incontro naturali o artificiali a essa connessi.
    L’opportunità di avere e sfruttare in modo positivo il proprio tempo libero è una priorità per tutti e ancor più lo è per gli immigrati, al fine di poter ritrovare le proprie origini nell’incontro con chi possiede una stessa memoria biografica, primaria ancora di salvezza in rotte mai esplorate prima.
    Ognuno di noi, si può dire, vive due ruoli predominanti nella propria vita: il tempo della vita quotidiana o tempo libero, il quale è uno spazio in cui si può pensare a se stessi, al proprio gruppo familiare e dove potersi rigenerare perché le “armi” lì ,si possono deporre; e il tempo lavorativo o sociale, il quale viene organizzato e imposto da diverse istituzioni pubbliche e private.
    Il tempo libero è fondamentale per gli autoctoni allo scopo di consolidare la propria identità, mentre per gli alloctoni per ritrovare la propria originaria appartenenza, la propria storia, la propria memoria culturale, composta da riti e tradizioni tramandati nelle generazioni.
    Lasciare il proprio paese, il proprio “habitat”, significa sradicarsi in quanto, proprio come fa un albero, noi mettiamo salde radici nel suolo nativo, nella sua cultura e nelle sue abitudini, chiamandolo casa, paese, città o nazione. Chi decide o per forza di cose è costretto, nella maggior parte dei casi, a doversene andare abbandonando così le proprie conoscenze e sicurezze, si trova costretto ad affrontare un “labirinto”. Trovare il giusto cammino per raggiungere una metà soddisfacente non sarà un’impresa facile per nessuno che si appresti a questa migrazione. Per, poter ritrovare un proprio posto nel luogo in cui si decide di espatriare l’uomo dovrà tentare e riuscire ad integrarsi ma, in questa situazione di spaesamento sarà facile perdersi e farsi trascinare nel errore dell’illegalità e del soldo facile. Gli stranieri che vorranno integrarsi, invece, da buoni cittadini del mondo cercheranno di imparare la lingua, le credenze, le leggi (diritti e doveri), gli usi e i costumi del paese ospitante.
    Lo stile della propria vita consiste in una scelta che ogni individuo deve compiere, in qualunque parte del mondo si trovi a vivere, la giusta decisione di questo, dipenderà sempre, anche, dall’educazione, sociale e famigliare ricevuta.
    Infatti, il sistema sociale ha una forte responsabilità, per quanto riguarda la corretta integrazione delle persone immigrate. Più sarà efficiente e organizzata nel tema dell’accoglienza la società in vista dell’arrivo di altri popoli, più sarà alta la probabilità della buona riuscita dell’integrazione. Proprio come l’etimologia della parola suggerisce, vivere in un’ambiente “ospitante” è sinonimo di un’integrazione immediata.
    “La possibilità di integrarsi non dipende solo dalla volontà di chi arriva ma, anche, da quella di chi accetta di ospitare.”