Archivi per la categoria ‘Narrazioni’

“Tecla”… una città di Calvino

Il video qui pubblicato mostra e racconta la città di Tecla, tratta da “Le città invisibili” di Italo Calvino.

A che cosa pensiamo quando pensiamo ad una città? Quale idea abbiamo della città? Eccone una rappresentazione che dalla narrazione originaria ne crea un’altra, che in qualche modo aggiunge senso, immagini, evocazioni.

Io sto con la sposa: viaggio attraverso l’Europa

Io sto con la sposa”, film documentario di Gabriele del Grande che narra per immagini il viaggio di un gruppo di migranti attraverso l’Europa. Dal sito ufficiale del film:

“Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraverseranno mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri. Un viaggio carico di emozioni che oltre a raccontare le storie e i sogni dei cinque palestinesi e siriani in fuga e dei loro speciali contrabbandieri, mostra un’Europa sconosciuta. Un’Europa transnazionale, solidale e goliardica che riesce a farsi beffa delle leggi e dei controlli della Fortezza con una mascherata che ha dell’incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013″.

Qui è possibile vedere il trailer ufficiale

Ci sono molti film e diversi documentari che raccontano attraverso le immagini i viaggi di gruppi di migranti e/o di profughi. Quale valore può avere il cinema nel sviluppare e allenare lo sguardo interculturale?

Il film “Rosarno”

Dai fatti raccontati sulle pagine dei giornali e degli schermi al racconto cinematografico della vicenda di Rosarno, cittadina calabra in cui tra il 2008 e il 2010 un gruppo di lavoratori provenienti da diversi paesi dell’Africa ha vissuto e lavorato in condizioni disumane  non lontane dalla schiavitù. Per ricostruire i fatti di cronaca e la rivolta dei lavoratori di Rosarno si possono leggere gli articoli comparsi su alcuni quotidiani nazionali (es. La repubblica) o su alcuni siti; si cita solo ad esempio, Storie migranti, ma è facile la ricerca nel web di altri documenti.

Nel 2013 la registra Greta De Lazzaris emerge con il suo documentario “Rosarno” dedicato a quei lavoratori e alla loro storia e presentato in diversi festival tra cui quello di Torino. E’ possibile vedere qui il trailer per farsi un’idea.

In questo video la regista racconta l’origine del suo documentario, spiegando le difficoltà incontrate nel farsi carico della narrazione di fatti molto duri che creano un inevitabile disagio e che richiedono la ricerca del giusto punto di vista, della più adeguata prospettiva.

L’esperienza della migrazione in musica

La musica è suono, ma anche parola e per questo diventa narrazione, canale per raccontare store, vissuti, emozioni, aspirazioni, difficoltà.

Sempre di più negli ultimi anni la musica racconta l’esperienza della migrazione, così come già accadeva nei primi cinquant’anni del 900.

Vi propongo alcune canzoni, diverse tra loro sia per musicalità, sia per modalità del raccontare. Quali aspetti colpiscono di più? Le immagini, le parole? L’suo della parodia? La melanconia?…

Ce ne sono molte altre.

  • Dal film “Io sto con la sposa”
  •  Cento passi di Renato Franchi e l’Orchestrina del suonatore Jones
  •  Non è un viaggio di Fiorella Mannoia e Fran

  • Pane e coraggio di Ivano Fossati

  •  Il paese dei Balocchi di Edoardo Bennato

La famiglia di papà

Conoscere la famiglia originaria, quella dei nonni attraverso un viaggio che riporta Farida, la protagonista , in Burkina Faso può essere un modo per appropriarsi di una seconda cultura che forse, nonostante le apparenze è più estranea di quella conosciuta attraverso l’emigrazione. Farida si sente italiana, parla con un forte accento emiliano, si comporta come tutte le sue coetanee con cui studia, fa sport o esce a Reggio Emilia. Eppure agli occhi di molti è “straniera”, così come “straniera” sembra essere alle persone che incontra in Burkina Faso.

Il paese di papà è un documentario realizzato da Nicoletta Manzini

Il video apre la riflessione sul significato poliedrico di identità e di straniero.

 

Il castello…scene da un aereoporto internazionale

 

Di Massimo D’Anolfi e Marina Parenti

Migranti dal mare: punti di vista diversi e una possibile soluzione

 

Wenders ha voluto raccontare attraverso le immagini di un documentario l’esperienza di accoglienza proposta dal sindaco di Riace.

La legge sull’immigrazione  e la legge del sindaco non sono necessariamente in accordo. Eppure entrambe sembrano cercare  una soluzione per un problema reale.

Il bambino ha poi un punto di vista tutto suo.

Per ascoltare l’intervista al Sindaco Domenico Lucano che spiega l’0rigine del progetto di accoglienza cliccate qui.

Condividiamo commenti, riflessioni, idee per utilizzare questo video con gruppi di studenti, di migranti, di cittadini.

Yalla Yalla: intervista ad una redattrice

Ascoltate l’intervista ad una redattrice di Yalla Italia, rivista on line delle 2G.

Todorov, il problema dell’altro.

Tzvetan Todorov, La conquista dell’America.

Ciò che Cortés vuole prima di tutto non è prendere, ma comprendere; sono i segni che lo interessano in primo luogo, non i loro referenti. La sua spedizione comincia con una ricerca di informazione, non con la ricerca dell’oro. Il primo atto importante che egli compie – ed è un gesto estremamente significativo – consiste nel cercarsi un interprete. Sente parlare di indiani che usano parole spagnole; ne deduce che vi sono forse degli spagnoli fra loro, naufraghi di precedenti spedizioni; si informa e le sue supposizioni risultano confermate. Ordina allora a due sue navi di aspettare otto giorni, dopo aver inviato un messaggio a quei potenziali interpreti. Dopo molte peripezie, uno di loro, Jeronimo de Aguilar, si unisce alle truppe di Cortés, il quale stenta a riconoscere in lui uno spagnolo. […] Questo Aguilar, diventato interprete ufficiale di Cortés, gli renderà dei servigi inestimabili. Ma Aguilar parla solo la lingua dei maya, che non è quella degli aztechi.

Il secondo personaggio fondamentale – in questa conquista dell’informazione – è una donna, che gli indiani chiamano Malintzin e gli spagnoli Doña Marina, senza che sia dato di sapere quale di questi nomi è la deformazione dell’altro; la forma che più di frequente questo nome assume è “la Malinche”. Essa viene offerta in dono agli spagnoli nel corso di uno dei primi incontri. La sua lingua materna è il nahuatl, la lingua degli aztechi; ma, essendo stata venduta come schiava ai maya, possiede anche la loro lingua. Vi è dunque, all’inizio, una catena un po’ lunga: Cortés parla ad Aguilar; questi traduce alla Malinche ciò che il primo gli ha detto; e la donna a sua volta si rivolge all’interlocutore azteco. Il suo dono per le lingue è evidente; in breve tempo impara anche lo spagnolo, e ciò accresce la sua utilità. Si può supporre che la Malinche nutra una certa ostilità verso il suo popolo o verso alcuni dei suoi rappresentanti; certo è che essa sceglie risolutamente il campo dei conquistadores. Infatti, non si limita a tradurre; è evidente che adotta anche i valori degli spagnoli e contribuisce con tutte le sue forze alla realizzazione dei loro obiettivi. Da un lato, essa compie una sorta di conversione culturale, interpretando per Cortés non solo le parole, ma anche i comportamenti; dall’altro, sa prendere – quando occorre – l’iniziativa e rivolgere a Moctezuma le parole adatte (soprattutto al momento del suo arresto), senza che Cortés le abbia pronunciate prima. […]

Dopo l’indipendenza, i messicani hanno – in genere – disprezzato e biasimato la Malinche, divenuta simbolo del tradimento dei valori autoctoni, della sottomissione servile alla cultura e al potere europei. È vero che la conquista del Messico sarebbe stata impossibile senza di lei (o di qualcun altro che avesse svolto la medesima funzione), e che essa fu dunque responsabile di quanto avvenne.

Ma io la vedo sotto una luce assai diversa: la Malinche è il primo esempio, e quindi il simbolo, dell’ibridazione delle culture; come tale, essa preannunzia il moderno Stato messicano e, al di là di esso, precorre una condizione che è oggi comune a tutti, poiché, se non sempre siamo bilingui, siamo tutti inevitabilmente partecipi di due o tre culture. La Malinche esalta la mescolanza a danno della purezza (azteca o spagnola) ed enfatizza il ruolo dell’intermediario. Non si sottomette puramente e semplicemente all’altro (caso, purtroppo, molto più comune: si pensi a tutte le giovani indiane, “offerte in dono” o meno, di cui si impadroniscono gli spagnoli); ne adotta anche l’ideologia e se ne serve per meglio comprendere la propria cultura, come dimostra l’efficacia del suo comportamento (anche se “comprendere” serve, in questo caso, a “distruggere”).

La conquista dell’America. Il problema dell’«altro» , Einaudi

“Donne dell’EST”? Ne discutiamo con tre ospiti

Venerdì 25 novembre 2011 abbiamo invitato Jasmina, Elena e Vasenka a parlarci dei loro paesi di origine (Serbia, Romania e Albania), chiedendo loro di partire dalla messa in discussione dell’espressione/”etichetta” “Donne dell’EST“.

Si sentono delle “donne dell’EST”? Quanto questa espressione è adeguata e quanto risulta essere frutto di stereotipi e di visioni riduttive?

Cosa c’è davvero dietro all’ espressione “donne dell’EST” con cui si tendono ad identificare donne che provengono in realtà da paesi diversi e che sono depositarie di culture diverse?

Se volete trovare informazioni su alcune tradizioni della Romania cliccate qui: Primo Marzo, Natale, Festa degli innamorati, Pasqua romena

Per leggere l’articolo sulla “Serbitudine” di G. Zaccaria a cui si è fatto riferimento cliccate qui.

Per leggere l’intervento di Vasenka sull’Albania cliccate qui.

Potete anche andare sul sito dell’Associazione Illyricum e su quello del Centro culturale romeno per trovare informazioni sull’Albania, sulla Romania e sulle attività che vengono promosse a Milano.

Campagna a favore della non discriminazione dei Rom

Voci dal web

Esistono oramai nella rete diversi blog, portali, webzine realizzate da gruppi di migranti, associazioni, ragazzi delle seconde generazioni che utilizzano la rete per raccontarsi, ricostruire i propri riferimenti culturali tradizionali (feste, ricorrenze, figure letterarie o artistiche, ecc.), discutere di questioni di attualità o comunque più legate all’esistenza quotidiana e alla specificità di vivere una duplice appartenenza: alla realtà di origine e alla realtà del paese di accoglienza.

Attraverso la rete vengono proposti punti di vista che offrono prospettive diverse e permettono di cogliere e conoscere aspetti dei gruppi di riferimento spesso tralasciati dai media più diffusi.

Potete andare a leggere, per esempio:

O anche ascoltare Asterisco Radio, realizzata dai “nuovi cittadini”.

Cercando nel web si possono trovare molte altre esperienze.

Gli zingari e i rom narrati da De André

De Andrè narra degli “zingari” e dei Rom e della loro cultura in occasione della presentazione del suo disco “Anime salve”.

 
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“Porto il velo adoro i Queen”

Intervista a Sumaya Abdel Qader, autrice del romanzo “Porto il velo adoro i Queen”  sul tema dell’identità di chi pur essendo originario di altri paesi e altre culture si trova a crescere nel nostro paese. L’intevista è tratta dal sito www.i-italy.org.

Sumaya, già nel titolo del suo romanzo, “Porto il velo, adoro i Queen”, lei esprime un paradosso molto importante, messo lì quasi a lanciare una sfida al lettore. Cosa ci vuol raccontare con questa scelta? Crede che due azioni così contrapposte, che chiaramente rispecchiano uno stile di vita, possano convivere?

Bisogna rendersi conto che ognuno è la sintesi delle sue esperienze. Si può essere sia Musulmani che Occidentali, magari in modo diverso dallo ‘standard’, nella misura in cui scegliamo di vivere le due identità. Le leggi e la Costituzione italiana non sono in contrasto con quelle islamiche. Ci possono essere divergenze in alcuni aspetti, abitudini, modi di vivere la propria vita, che comunque sono risultato di scelte (entro la libertà e la legge) che sono espressione di una tradizione. Il livello religioso ed il livello civico sono piani diversi. Non si può chiedere ad una persona se è più italiana o musulmana. Al massimo si può chiedere se una persona è più araba o italiana, se è più vicina al cristianesimo o all’islam. Quindi si può essere musulmani-italiani-europei, o meglio, nuovi musulmani-italiani-europei (per nuovo intendo coscienza nuova della propria identità naturalmente espressa, facente parte del contesto civile nuovo) senza contraddizione, ma come espressione di scelte.
(…)
Cosa può raccontarci della sua esperienza da G2? Quali sono i problemi principali che un figlio dell’immigrazione si trova a dover affrontare all’interno della società italiana?

La prima difficoltà che si incontra è essere accettati per come siamo: diversi, nuovi, speciali, portatori di ricchezza, ecc… Così non si riesce a normalizzare la nostra vita. Tutto sembra diventare dicotomico. Siamo approcciati per opposti contrari. Quando si è giovanissimi la logica del branco degli amici-compagni diventa: ‘o sei come noi o sei fuori’. Questo nelle persone più sensibili crea senso di inferiorità, impotenza, esclusione. Essere accettati non solo dalla gente, ma anche dalle Istituzioni, difficilmente riconosciuti come parte della società. La questione della cittadinanza che nel libro racconto non è la sola storia sfortunata di Sulinda, ma di centinaia di ragazzi. Il riconoscimento è un passo importante verso un’interazione normalizzata.

Brevi interviste a migranti su cosa pensano del loro vivere in Italia

Il giornale MIXA che si rivolge  a lettori di provenienza diversa, ai migranti ma anche agli italiani che sono curiosi di conoscere la realtà in cui abitano anche da punti di vista diversi propone brevi interviste ad alcuni stranieri, quasi una chiacchierata per sapere come si trovano in Italia. Interessante notare che alcuni degli intervistati vivono qui già da diverso tempo.

“Che cosa porteresti in Italia del tuo paese?”

Ecco come risponde Precy, imprenditrice filippina:

“Vorrei portare in Italia il rispetto per le tradizioni, soprattutto il rispetto per gli anziani. Abbiamo un gesto nel mio Paese: quando si incontra una persona più anziana, le si prende la mano e la si porta alla fronte, in segno di grande rispetto. Noi viviamo nel vostro Paese, siamo stranieri della vostra terra, e cerchiamo di inserirci al meglio, cerchiamo di vivere come gli italiani anche se è importante mantenere alcune delle nostre tradizioni, quelle più importanti. (…) mi sono affezionata a questo Paese e ai suoi abitanti: per questo voglio vivere qui, portando nella vita di tutti i giorni alcune piccole tradizioni che mi ricordano le mie Filippine”.

Alla domanda “Consiglieresti ai tuoi connazionali di venire a vivere in Italia?” le risposte date sono molto diverse, alcune più positive altre esprimono la necessità di stare allerta in un paese che può essere “meraviglioso” ma anche un “inferno”.

Ecco cosa dice Weidi di 22 anni, in Italia da 15 anni.

“Mio papà mi ha portato in Italia quando avevo solo 7 anni, ma l’Italia non è il mio Paese. Vivo e lavoro qui, ma non sento di farne parte. Il consiglio che do ai miei connazionali è quello di stare molto attenti. Spesso chi arriva e non ha appoggio qui si ritrova in situazioni che possono essere pericolose, di sfruttamento. Io sono stato fortunato perché la mia famiglia aveva un lavoro e io ho vissuto una situazione tranquilla, ma se potessi scegliere tornerei in Cina, perché è quello il mio Paese.”

Tratto dal magazine MIXA. Clicca per leggere tutte le interviste.

Come gli spazi e i luoghi possono facilitare l’interazione e l’integrazione a scuola?

Vi presentiamo l’intervista a Daniela Bertocchi che da anni si occupa di intercultura e che ha una lunga esperienza di lavoro con i docenti  in progetti e interventi che favoriscono l’inserimento degli alunni di origine non italiana, l’integrazione e l’interazione all’interno delle classi.

A Daniela abbiamo chiesto innanzitutto quanto l’attenzione agli spazi e al setting incida sulle relazioni tra studenti all’interno delle classi e quanto questa possa facilitare o meno processi di inclusione e integrazione. Poi le abbiamo chiesto se ci sia un luogo o un territorio particolarmente significativo nella costruzione della sua identità e lei ci ha parlato di una zona di Milano…

 
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Una storia per immagini

Le prime regole del viaggio

1) Non mettersi in viaggio mai con fratelli, mogli, findanzate, genitori.
2) Condividere solo con gli amici più stretti l’intenzione di partire.
3) Il giorno della partenza non salutare le persone care per non rendere ancora più dura, se non impossibile, la partenza.
Migranti
4) Avere disponibilità di soldi, dal proprio Paese o da altri parenti all’estero.
5) Avere una forte motivazione a partire.
6) Avere un forte autocontrollo durante il viaggio.
7) Avere molta pazienza soprattutto con le altre persone, nelle lunghe attese, negli imprevisti.
8) Saper scegliere, quando è possibile, i propri intermediari.
9) Sapersi mettere nelle mani di qualcuno senza mai fidarsi ciecamente.
10) Poter contare sull’aiuto di un amico speciale con cui si è partiti, o di cui si è fatta la conoscenza durante il viaggio, e sulla cooperazione all’interno di un ristretto gruppo di persone che si affratellano.”

AMM, Sintayehu Eshetu e Dagmawi Yimer, Le regole del viaggio, in Come un uomo sulla terra, Infinito ed.

Guarda El muro del Atlàntico, storia per immagini di un viaggio verso l’Europa

Cristina Farah

Anna Casanova, per Radio Alt, intervista Cristina Farah, autrice del romanzo “Madre piccola”, che racconta della mappa dei luoghi e degli affetti di chi si trova a vivere in due luoghi diversi, quello di origine e quello della migrazione; quello di un genitore e quello di un altro.

Come Cristina Farah, molti sono gli scrittori che raccontano della loro identità composita data dalla doppia appartenenza a nazioni e paesi differenti e che trovano nella narrazione letteraria modalità personali per dare voce alle loro storie di migranti o di figli di migranti, ai loro punti di vista, ai vissuti e alle esperienze che evocano luoghi, cibi, relazioni sociali, tempi distinti e che come autori cercano di ricomporre.

Alcune storie si possono trovare in:  http://www.storiemigranti.org/; http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/ o ancora nel sito delle voci degli esiliati http://www.exiledwriters.co.uk/ ; molte altre sono comunque le risorse in rete.

 
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