Cascina Gobba

Gruppo Corbetta, Bottinelli, Elsoudany, Fucci, Soliman.

CASCINA GOBBA

Un giro a Cascina Gobba:

Appena scesi dal vagone, presa l’imboccatura per l’uscita ed esserci lasciati alle spalle il gabbiotto dell’ATM, possiamo intraprendere due direzioni. Quella a destra, passando accanto ad un bar-tabacchi da un lato, ed ad un’edicola ed un ufficio che gestisce partenze di linea verso il Marocco e la Romania dall’altro, porta ad uno spiazzo esterno coperto da una tettoia dove sostano e partono diverse linee di bus ATM, e fanno sosta intermedia i pullman diretti all’aeroporto di Bergamo Orio al Serio. Il marciapiede principale, appena usciti dalla stazione, è in parte occupato da venditori stranieri e le loro bancarelle.

Quella a sinistra invece, dopo aver attraversato le strisce pedonali, porta direttamente ad un parcheggio coperto. Appena entrati nel parcheggio, dopo pochi metri, troviamo sulla destra alcune casse automatiche per pagare la sosta e di fronte ad esse un Infopoint ATM.

Una volta attraversato il parcheggio si raggiunge un’uscita: se si svolta a destra si ritorna allo spiazzo da dove partono i bus ATM facendo il giro esterno della stazione; se si svolta a sinistra invece si percorre una strada sul cui lato, durante il fine settimana, venditori ambulanti vendono la loro merce, da oggetti comuni quali sciarpe, guanti, cappelli e vari pupazzi a pesce fresco ancora boccheggiante. Continuando dritti per questa strada ci imbattiamo in una specie di casello al quale le auto provenienti dalla Tangenziale Est che vogliono posteggiare a Cascina Gobba devono ritirare un biglietto. Qualche metro più avanti, sulla sinistra, è appesa una bacheca: tantissimi bigliettini, scritti a mano o al computer, riportano annunci di ricerca di lavoro o offerte di stanze in affitto che attirano l’attenzione di molti passanti.

Successivamente davanti a noi, un cancello di piccole dimensioni si apre su un piazzale interamente recintato, abbastanza ampio, dov’è solito svolgersi il mercatino esteuropeo. Deserto durante la settimana, dal venerdì alla domenica, invece, questo piazzale si popola di uomini e donne russe, bielorusse, moldave, rumene ed ucraine: notiamo un grande via vai di gente, si scaricano e caricano grandi pacchi ben imballati e merci; si allestisce un mercato con i prodotti tipici dei vari paesi d’origine; si organizzano partenze verso i rispettivi paesi natii; oppure ci si dà semplicemente appuntamento, si mangia, si beve, si chiacchiera in una o più lingue la cui melodia noi autoctoni, aihmè, non riusciamo a comprendere in pieno. Queste attività, qualunque esse siano, vengono sorvegliate dalla polizia, generalmente posizionata all’interno della rotonda a destra del piazzale del mercato, e da agenti della sicurezza, che controllano l’ingresso e l’uscita di veicoli nella zona del mercato e fanno regolarmente dei giri d’ispezione fra le diverse bancarelle. Ciò rende Cascina Gobba un luogo tranquillo, non violento, di equilibrata convivenza soprattutto tra le persone che maggiormente vivono questo luogo, esteuropei provenienti dalla Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Romania. Per tanti autoctoni Cascina Gobba è principalmente, se non esclusivamente, una fermata della linea verde della metropolitana. Per altri simbolizza un parcheggio coperto dove lasciare la propria auto la mattina presto per dirigersi verso il centro città con la metropolitana o i mezzi di superficie, a seconda della destinazione, aggirando così lo snervante traffico urbano. Per altri ancora la zona di Viale Palmanova significa un tetto sopra la testa ed un letto su cui coricarsi dopo una lunga giornata di lavoro o di scuola. Ma per tutti, Cascina Gobba rappresenta un luogo di passaggio, di transizione, che si consuma nella stazione stessa, e al massimo nel raggio di 10 metri da essa. Per gli esteuropei invece, questo luogo vuol dire molto di più. Per loro, Cascina Gobba rappresenta, sostituisce un pezzo di “casa” qui in Italia. E proprio come si fa con una casa, loro la vivono.

Il piazzale recintato oltre al parcheggio coperto della stazione, che qualche anno fa il comune di Milano ha adibito come centro di smistamento, in realtà è un vero e proprio luogo di incontro, di ricongiungimento, di commercio, di partenze, di cui molti autoctoni sono ignari. Il fatto che lo spiazzo loro concesso sia piuttosto isolato (come già accennato, è a circa 200 metri dalla stazione ed è, in grandi linee, racchiuso tra il parcheggio e la Tangenziale Est) e perciò poco frequentato (e conosciuto), non sembra rappresentare un problema o suscitare in loro sentimenti di esclusione, di emarginazione. Al contrario: l’impressione è che siano contenti, grati di avere a disposizione un luogo da poter chiamare “loro”, dove poter rifugiarsi, incontrarsi, dimenticarsi. E qui a nostro parere è importante sottolineare una cosa: quello che noi per facilità, per abbreviazione, e qualche volta forse per ignoranza racchiudiamo in un’unica nozione, e cioè quella di “esteuropei”, in verità sono tanti paesi, tante origini, tante storie, tante lingue a sé stanti e diverse, se non in maniera assoluta, comunque in maniera essenziale. Eppure, legati dal fatto comune della migrazione, dello spaesamento, della nostalgia e delle difficoltà, insieme sono riusciti a crearsi un piccolo mondo in cui poter ritornare alle proprio origini vivendo in armonia, in pace, in allegria, in condivisione. Hanno stretto una comunità talmente forte e solida che si respira nell’aria.


Durante le nostre visite al luogo, ci è capitato di sentirci a disagio, osservate. Non perché qualcuno di loro ci avesse mai dato il motivo di sentirci così (ci lasciavano camminare in mezzo a loro, a guardare le bancarelle, i passeggeri che salivano sui bus pronti alla partenza) ma perché noi stesse ci sentivamo come delle intruse di fronte alla compattezza, alla solidarietà, al legame di questa comunità. L’atmosfera era serena, famigliare: alcuni venditori erano intenti a scaricare le merci dai loro pullmini ed a disporle sulle bancarelle, mentre altri servivano già dei clienti; da qualche parte si sentiva della musica dal ritmo allegro e qui e là tanti gruppetti di quattro o cinque persone stavano in cerchio a sorseggiare vino da piccoli bicchieri di plastica ridendo e chiacchierando, ma sempre in tono pacato. Da un’altra parte degli uomini stavano imballando dei pacchi fissandoli con lo scotch; di fianco a bus e pullmini con il motore acceso, donne e uomini (pochissimi bambini), aspettavano ordinatamente e in silenzio di salire a bordo. Le nostre impressioni di una comunità estremamente tranquilla e pacifica ci sono state confermate dalla polizia che controlla la zona del mercato durante il fine settimana. Stando alle informazioni che abbiamo ricavato parlando con due agenti, non ci sono mai stati scontri all’interno della comunità, come nemmeno tra la comunità (o parte di essa) e gli autoctoni. Non si è al corrente di particolari e ripetute lamentele da parte dei residenti della zona di Viale Palmanova, forse perché lo spazio utilizzato dalle persone dell’Est Europa è così isolato. Purtroppo durante le nostre visite al mercatino non abbiamo avuto la fortuna di farne esperienza, ma la signora che abbiamo intervistato, Liuba, ci ha raccontato che è usuale vedere degli italiani spedire grossi pacchi di abbigliamento nei vari paesi per beneficenza, mentre altri, bilingui, aiutano i venditori nella vendita dei loro prodotti.

Dunque, anche se poche, anche se apparentemente invisibili agli occhi della maggior parte dei milanesi, esistono delle interazioni tra esteuropei ed autoctoni, ci siamo dette. Lo abbiamo provato anche sulla nostra pelle durante l’ultima visita al luogo: ci eravamo appena riunite vicino all’uscita per fare il punto della situazione quando un giovane ragazzo ci si è avvicinato e, curioso, ci ha chiesto cosa stessimo facendo lì. Per quanto la differenza linguistica lo consentisse, siamo riuscite a fargli qualche semplice domanda; siamo rimaste positivamente colpite, sorprese e contente dall’approccio aperto, curioso e simpatico che questo ragazzo ha manifestato nei nostri confronti. È stata davvero una bella esperienza! Un fatto invece che ha provocato un po’ di disdegno in una componente del nostro gruppo è stata la quantità, non esagerata, ma nemmeno ridotta, di spazzatura che giaceva su tratti di marciapiede. D’altra parte, ha fatto allora notare un’altra ragazza del gruppo, Vanessa, basta andare in Viale Papiniano verso l’ora di chiusura del mercato del sabato per trovare quantità smisurate di pattume per la strada. Come gli stranieri, anche gli italiani (e forse quest’ultimi sono i primi) spesso non rispettano abbastanza l’ambiente, le zone, le strade in cui vivono.

Anche per noi, qualche settimana fa, Cascina Gobba era solo una fermata della linea verde della metropolitana. Come tante altre, del resto. Dopo questa ricerca guarderemo con occhi diversi quel posto, pensando a tutto ciò che la nostra città ci “nasconde”, a tutto quello che non sappiamo e che non conosciamo, a come gli altri, stranieri o meno, la vivono e a come sia possibile una convivenza pacifica e costruttiva di più culture.

Leggi anche il Diario di bordo nel quale raccontiamo e descriviamo le giornate di osservazione sul campo.

Le interviste

 
icon for podpress  Intervista a Liuba [ 68:05m]: Play Now | Play in Popup | Download

 
icon for podpress  Intervista a migrante anonimo [ 16:21m]: Play Now | Play in Popup | Download

 
icon for podpress  Voci dal mercato [ 4:06m]: Play Now | Play in Popup | Download

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